Roberto Devereux

GAETANO DONIZETTI (1797-1848)

ROBERTO DEVEREUX

Opera in 3 atti su libretto di Salvatore Cammarano da Elisabette d’Angleterre di Ancelot

Insieme a “Anna Bolena” e “Maria Stuarda” costituisono il cosiddetto “Ciclo delle regine Tudor” di Donizetti. Al quale si aggiunge anche la meno nota Elisabetta al castello di Kenilworth.

  • PERSONAGGI:

Elisabetta, regina d’Inghilterra (soprano)

Duca di Nottingham (baritono)

Sara, Duchessa di Nottingham (mezzosoprano)

Roberto Devereux, conte d’Essex (tenore)

Lord Cecil (tenore)

Sir Gualtiero Raleigh (basso)

Paggio (basso)

Servo di Nottingham (basso)

Dame, Cortigiani, Paggi… (coro)

  • LUOGO: Inghilterra
  • EPOCA: 1598
  • DURATA: 2 ore e 10

Prima rappresentazione: Napoli, 29 ottobre 1837

Curiosità:

Il ruolo di Elisabetta alla prima rappresentazione assoluta fu affidato a Giuseppina Ronzi de Begnis (che per Donizetti aveva già interpretato i ruoli di Fausta, Sancia, Maria Stuarda e Gemma)

  • TRAMA:

ATTO I

Sala terrena nel palagio di Westminster

L’opera ha relazioni tenui con la verità storica, ma è convenientemente posta nel 1598, l’anno della ribellione e successiva esecuzione di Essex. Come sfondo alla vicenda è importante sapere solo che Essex è di ritorno dalla sua fallimentare spedizione militare in Irlanda e che gli si appresta il processo.

Sara, Duchessa di Nottingham, è infelicimente innamorata di Roberto Devereux, Conte di Essex, e non riesce a nascondere le lagrime alle altre dame di corte nel leggere la storia della bella Rosamunda (fra l’altro eroina dell’opera donizettiana Rosmunda d’Inghilterra): “All’afflitto è dolce il pianto”. Entra la regina e rivela a Sara che ha acconsentito a ricevere Essex, senza il quale la sua vita non ha senso e che ella sospetta non di tradimento (di cui è accusato), ma piuttosto di infedeltà amorosa; “L’amor suo mi fe’ beata”.

Arriva Cecil e chiede che la regina ratifichi il verdetto dei Pari su Essex; Elisabetta richiede ulteriori prove del tradimento e dice quindi che lo vedrà, rivelando nella successiva cabaletta, “Ah! Ritorna qual ti spero”, i suoi sentimenti per lui, immutati.

Appartamenti della duchessa nel palazzo di Nottingham
Sara attende Roberto, ed egli giunge, accusandola di tradimento. Ella spiega che la morte improvvisa di suo padre, quando Essex si trovava all’estero, l’aveva fatta piombare in un matrimonio senza amore e lo esorta a rivolgersi alla regina. Ma egli risponde che il suo cuore è morto all’amore; si toglie l’anello dal dito e lo getta sul tavolo.  Nel corso del duetto, Sara gli dona una sciarpa azzurra ricamata da lei, che egli giura di portare sul suo cuore. (“Questo addio fatale estremo”).

ATTO II

Sala terrena nel palagio di Westminster

Lord e dame della corte considerano cupamente il destino di Essex: senza l’aiuto della regina, è perduto; e l’attuale stato d’animo di lei non mostra probabile nessun favore.

Cecil riferisce alla regina che il consiglio, malgrado la difesa fattane da Nottingham, ha decretato la morte di Essex e richiede solo il suo sigillo.

Cecil parte ed arriva Raleigh a dire che, al momento dell’arresto di Esssex, gli fu trovata addosso una sciarpa azzurra. La regina ne riconosce subito l’originale proprietaria e proprio in quel momento entra Nottingham stesso a implorare per la vita di Essex.

Essex viene condotto, sotto scorta. La regina gli sottopone la sciarpa come prova del suo innamoramento, prima negato.

Anche Nottingham riconosce la sciarpa della moglie e invoca la punizione del cielo sull’amico fedifrago. Il terzetto “Un perfido, un vile, un mentitore tu sei” percorre tutte le emozioni dell’amico tradito, dell’amante scoperto e angosciato e soprattutto della donna umiliata; unendovi i cortigiani, diventa un finale nel quale tutte le voci condannano, per ragioni diverse, la duplicità di Essex.

ATTO III

Appartamenti di Sara

Sara riceve la notizia della condanna di Essex e decide subito di portare alla regina l’anello che Essex ha abbandonato da lei come segno della sua richiesta di grazia, ma incontra poi gli occhi severi del marito. Nel corso del duetto egli denuncia Essex e, al suono distante della processione che conduce in prigione il condannato, fa chiara la sua intenzione di impedire che l’anello venga portato alla regina.

Cambio scena: Nella Torre di Londra, dove Essex aspetta la notizia della grazia, che è certo debba seguire alla consegna dell’anello alla regina. Immagina di offrirsi di sua volontà al colpo della spada di Nottingham e con l’ultimo suo sospiro assicurare che, contro ogni tentazione, Sara gli è rimasta fedele (“Come uno spirto angelico”). Ma la grazia prevista non arriva: al suo posto il suono della guardia che giunge per condurlo a morte.

Malgrado la tensione del momento, non è difficile scorgere, nel modo in cui Donizetti vi reagisce, sia nella marcia, sia nella cabaletta, quel tipo di cliché operistico che, nelle sue opere comiche, Sullivan satireggiò con gioioso trasporto.

Gabinetto della regina

Elisabetta circondata dalle sue dame è in ansiosa attesa della fida Sara a consolarla nonché della vista dell’anello che Essex, lei crede, le manderà (ovviamente non mettendo i due eventi in relazione).

La sua bella aria “Vivi ingrato” mostra il lato compassionevole della sua natura, fin qui nascosto. Ma la vista di Sara, sconvolta, che porta l’anello e dunque l’agnizione di lei come rivale odiata, non la sviano dal suo proposito. Ordina una proroga dell’esecuzione proprio quando si ode una cannonata, segnale per il boia.

La regina al colmo dell’infelicità, accusa Sara, finché non è Nottingham stesso ad incolparsi per aver impedito che l’anello fosse consegnato.

L’opera si conclude con Elisabetta fuori di sé dal dolore, preda di visioni della corona insanguinata, di un uomo che percorre i corridoi del palazzo reggendo la propria testa, di una tomba che le si spalanca dove prima era il trono e abdicando in favore di Giacomo I.

 Quel sangue versato al cielo s’innalza, giustizia domanda, reclama vendetta… Già l’angiol di morte fremente v’incalza… supplizio inaudito entrambi vi aspetta… Sì vil tradimento, delitto sì rio, clemenza non merta, non merta pietà… Nell’ultimo istante volgetevi a Dio; ei solo perdono conceder potrà. Mirate quel palco… di sangue rosseggia! E tutto di sangue il serto bagnato!… Un orrido spettro percorre la reggia, tenendo nel pugno il capo troncato!… Di gemiti e grida il cielo rimbomba! Pallente del giorno il raggio si fe’!… Dov’era il mio trono s’innalza una tomba… In quella discendo… fu schiusa per me.” 

Questa cabaletta è una rarità poichè reca l’indicazione Mestoso quasi fino alla fine, solo negli ultimi secondi subentra il più convenzionale Allegro.

  • APPROFONDIMENTO:

Roberto Devereux è la cinquantasettesima delle settanta opere di Donizetti e fu scritta diciannove anni dopo la sua prima nelle circostanze meno propizie immaginabili. Fra il 1835 e il 1836 il compositore perdette il padre e la madre nel giro di settimane; nel luglio del 1837, sua moglie Virginia Vasselli e il terzo figlio.

Questa opera fu una commissione per Napoli, città che, proprio mentre Donizetti completava il lavoro con enorme fatica, era percorsa da una tremenda epidemia di colera.

L’opera ottenne tuttavia alla prima un ottimo successo, benché il compositore cominciasse a parlare di un maleficio su quel lavoro, con il baritono e la prima donna che si ammalarono entrambi durante la prima serie di rappresentazioni e poi l’opera eseguita altrove in edizioni non autorizzate, un disastro, questo, più per le sue tasche che per il suo orgoglio.

L’ouverture, scritta per la prima parigina, include, anacronisticamente, una variante di God save the Queen.

Roberto Devereux si pone a un punto di svolta nella complessa evoluzione drammaturgica di Donizetti. Se infatti ripropone pur sempre gli intrighi e le oscure suggestioni che furono già di Anna Bolena , rispetto a questa amplia notevolmente i limiti tradizionali imposti dalla tradizione lirica ai personaggi, approfondendone l’indole drammatica e il complesso dissidio spirituale. Giovandosi dell’esperienza maturata in Belisario e soprattutto in Pia de’ Tolomei , il musicista indagò più a fondo la figura di Elisabetta, ben oltre i limiti tradizionali offerti dalla precedente Elisabetta al castello di Kenilworth e persino da Maria Stuarda , e ne fece un personaggio tragico e risoluto (cui corrisponde una vocalità impervia, virtuosistica e dolente al tempo stesso), dominato dalla gelosia e dalla smania di vendetta: vicina in questo a Norma, ma più incline al ripiegamento interiore e alla disperazione. Questa ricerca espressiva, che appare ancora in ombra nel primo atto, contrassegnato da un regolare succedersi di arie doppie (romanza di Sara a parte), emerge maggiormente nel finale secondo, dove Donizetti impiega ogni energia per evitare un calo nella tensione narrativa dell’episodio, evitando una soluzione adottata per la stretta del finale di Lucia . Non a caso William Ashbrook ha potuto sostenere che «nel secondo atto di Roberto Devereux si realizza, in modo molto italiano, l’ideale wagneriano del dramma musicale». Altrettanto significativa è la scena della prigione, abilmente tratteggiata con un breve preludio che, pur richiamando alla mente Fidelio (Donizetti aveva studiato con Simone Mayr, che ben conosceva Beethoven), sembra anticipare talune suggestioni del Ballo in maschera (si pensi all’introduzione alla scena di Ulrica).

L’opera si rivelò tra i lavori più vitali di Donizetti nel secolo scorso, tanto da essere ancora rappresentata nel 1882. In tempi recenti la ripresa dell’opera risale al 1964, nell’interpretazione di Leyla Gencer. Da allora l’opera è stata rappresentata in Italia (Bergamo 1967, Venezia 1970, Festival della valle d’Itria 1985) e nel mondo (Barcellona, Londra, Amburgo, Liegi) con una certa frequenza; il ruolo di Elisabetta è stato abitualmente interpretato da Montserrat Caballé.

  • Edizioni memorabili: Napoli, Teato San Carlo 1964 (ultima edizione risaliva al 1882 a Pavia) con Leyla Gencer, Piero Cappuccilli, Ruggero Bondino, Gabriele de Julius, Anna Maria Rota… direttore: Mario Rossi.

ASCOLTO:

Opera completa con Leyla Gancer e Piero Cappuccilli diretta da Mario Rossi.

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