Torquato Tasso

GAETANO DONIZETTI:
Torquato Tasso, melodramma in tre atti su libretto di Jacopo Ferretti tratto dal Torquato Tasso di Giovanni Rosini.

  • PERSONAGGI:

Eleonora, sorella di Alfonso d’Este (soprano)

Eleonora, contessa di Scandiano (mezzosoprano)

Torquato Tasso (baritono)

Roberto Geraldini, segretario del Duca (tenore)

Don Gherardo, cugino del Duca (basso buffo)

Alfonso II d’Este, duca di Ferrara (basso)

Ambrogio, servo di Torquato (tenore)

Cavalieri, cortigiani del Duca, paggi, svizzeri in armi (coro)

Prima rappresentazione: Roma, Teatro Valle 9 settembre 1833

  • LUOGO: La scena è nel palazzo di Derrara, nella villa ducale di Belriguardo e nel carcere di Torquato a Ferrara.
  • EPOCA: nell’anno 1579 (atto I e II) e nel 1586 (atto III)

Prima rappresentazione: Roma, Teatro Valle 9 settembre 1833

  • TRAMA:

Roberto Geraldini, segretario del Duca e invidioso della fama di Torquato Tasso, decide di vendicarsi, fingendosi amico del poeta. Torquato si fida di lui, e gli consegna le chiavi dello scrigno, nel quale conserva i suoi appunti, con le odi dedicate alla contessa Eleonora, sorella del Duca, in procinto di sposarsi con il signore di Mantova. Roberto fa in modo che i fogli vadano in mano al pettegolo don Gherardo, che li consegna al Duca. Torquato, dopo un appuntamento con l’amata Eleonora, si rende conto dell’accaduto e si avventa su Roberto, ma viene fermato dal Duca, che invita tutti i presenti ad una festa nel giardino di Belriguardo. A complicare la faccenda è la contessa di Scandiano, anche lei Eleonora di nome che, credendo che i versi siano indirizzati a lei, si sente innamorata di Torquato. Nel frattempo, Eleonora attende per un ultimo incontro Torquato e gli dichiara il suo amore; Torquato vorrebbe costringere l’amata a seguirlo, ma, respinto, in un impeto di violenza si avventa su di lei. Interviene il Duca, informato del colloquio, e fa incarcerare Torquato, come malato di mente. Sette anni dopo, Torquato attende il giorno della libertà, e finalmente arrivano i cortigani del Duca che gli comunicano la sua liberazione e l’incoronazione a “Maggior Poeta” sul Campidoglio. Torquato spera di rivedere l’amata, ma viene a sapere che Eleonora è morta.

  • APPROFONDIMENTO:

Indovini cosa scrivo? Il Tasso !», annunciava Donizetti al suo maestro Giovanni Simone Mayr, in una lettera del 27 maggio 1833. «Lessi Goethe, Rosini, Goldoni, Duval, Serassi, Zuccala e le ultime cose del Missirini che dovea donare all’Italia per mezzo della soppressa Antologia (…). La Compagnia è debole, ma di Ronconi ne posso far qualche cosa, che mi rappresenta il Furioso per eccellenza. Da molti anni desiderava sopra sì gran poeta far qualche cosa, ed avrei voluto un Rubini per protagonista…». Nelle intenzioni di Donizetti, Tasso doveva essere tenore: fu invece baritono e così nacque una parte notevolmente complessa, creata per la vocalità del giovane Giorgio Ronconi. Per lui il compositore aveva concepito il suo primo grande ruolo baritonale, il protagonista Cardenio nel Furioso all’isola di San Domingo , opera rappresentata nel Teatro Valle di Roma nel gennaio 1833. È per lo stesso teatro che Donizetti iniziava a comporre, nella tarda primavera di quell’anno, un’altra opera semiseria: la compagnia prevedeva un basso buffo, quindi il librettista Ferretti fu costretto a inserire una parte comico-grottesca anche nel Tasso , ossia il personaggio di Don Gherardo.

Di particolare interesse sono le sezioni del libretto in cui si citano i versi originali del Tasso: «Talvolta mi è riuscito», informa Ferretti, «di far parlare Torquato con versi tolti qua e là dal suo bellissimo, e forse non abbastanza ammirato Canzoniere». Un libretto d’opera poteva quindi essere anche veicolo di altri testi, citati in ampie sequenze oppure inseriti a brevi frammenti. In molte opere del Seicento era presente un gusto ‘metaletterario’, che coinvolgeva gli interessi di un pubblico di lettori-ascoltatori: ad esempio, in alcune opere romane su libretto di Giulio Rospigliosi, basate sui poemi di Ariosto e di Tasso. Come in quei casi, anche nel libretto di Ferretti l’opera diventa pretesto per condensare e declamare in musica, drammatizzandoli e contestualizzandoli fantasiosamente, i versi più famosi di un poeta, in una sorta di antologia personalizzata e celebrata sulla scena. Questo gioco ‘sulla letteratura’ si carica di rinvii e sdoppiamenti interni quando il poeta protagonista è colto nell’atto di scrivere o di leggere i propri versi: ad esempio, nel primo incontro con Eleonora (I,10), in cui la situazione richiama un altro luogo celebre di ‘poesia sulla poesia’, l’episodio dantesco di Paolo e Francesca, spinti a dichiararsi dalla lettura di un romanzo, proprio come avviene per Eleonora quando Torquato le legge un episodio del suo poema. Non solo il compositore, nella lettera citata, ma anche il librettista, nella premessa al libretto, indicano un numero eccezionale di fonti alle quali si sono riferiti per redarre il libretto dell’opera. La principale è una commedia di Giovanni Rosini, ma l’impronta ‘semiseria’ e l’atmosfera pettegola delle trame di corte derivano dalla lettura della tragicommedia in cinque atti di Carlo Goldoni. Il protagonista del libretto riflette anche il mito di Tasso caro al romanticismo: The Lament of Tasso di Byron (1817) era tradotto e conosciuto in Italia. La fusione fra elemento comico e tragico sarà più felice nella Lucrezia Borgia o nella Maria di Rohan : qui il personaggio sgradevole di Don Gherardo, con le sue tirate di sillabati velocissimi, su versi di rossiniano nonsense , stridono con i numerosi momenti di atmosfera sognante e malinconica, che accompagnano gli interventi di protagonisti, Torquato ed Eleonora, condannati a un amore infelice. Il preludio per clarinetto solista, che introduce la sortita di Eleonora (I,8), dipinge la poesia del personaggio, una prima donna fragile e minata dalla malattia (come più volte fa intendere nelle sue parole), che non sopravviverà alla forzata separazione dal poeta. Nella declamazione del protagonista, Donizetti si mostrò assai attento a variare il recitativo accompagnato con formule poco consuete, ariosi, accenti veementi o linee vocali più contenute. Donizetti intona amorosamente quei passi in cui Torquato parla con i versi del suo Canzoniere, con grande attenzione agli accenti e ai valori verbali. L’ultima scena (definita come atto a parte per esigenze di stacco temporale) è interamente dedicata al poeta: prediletta dai baritoni nel corso dell’Ottocento, fu spesso eseguita indipendentemente dall’opera. Essa inizia con un preludio strumentale in minore, la cui melodia è affidata ai corni, con echi dei violini al termine delle frasi. Il flauto solista introduce la prima cavatina di Torquato (Larghetto “Perché dell’aure in sen”), alla quale segue il coro, introdotto dal Vivace già ascoltato nel preludio dell’opera. L’aria doppia vera e propria inizia con un cantabile in tonalità maggiore (“Parlerà. Ne’ sogni miei”) ed è conclusa da una mesta cabaletta (il Moderato “Tomba di lei, che rendermi”). In epoca moderna, l’opera è stata ripresa in forma scenica a Savona, nel 1985, per la stagione dell’Opera Giocosa (protagonisti Simone Alaimo e Luciana Serra, direttore Massimo De Bernart).

Ascolto: L’opera in 10 minuti

  1. Fatal Goffredo (Eleonora)
  2. Perchè dell’aure in sen (Torquato Tasso)
  3. Opera completa
  4. Opera completa 2a parte
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