Maria Padilla

GAETANO DONIZETTI:

Maria Padilla, è un melodramma in tre atti su libretto di Gaetano Rossi, tratta da Maria Padilla di Jacques-François Ancelot. L’opera è ispirata alla figura storica di Maria di Padilla, amante e poi moglie di Pietro il Crudele.

  • PERSONAGGI:
  • Don Ruiz di Padilla (tenore)
  • Donna Maria Padilla (soprano) e
  • Donna Ines Padilla (soprano), sue figlie
  • Don Pedro, principe di Castiglia (baritono)
  • Il duca Ramiro d’Albuquerque (basso)
  • Francisca, aja delle Padilla (mezzosoprano)
  • Don Luigi, conte d’Aguillar (tenore)
  • Don Alfonso di Pardo (basso)
  • Bianca di Francia (muto)
  • Vassalli, paggi, cortigiani, cavalieri, dame, cittadini e cittadine, gentiluomini e gentildonne francesi (coro)

Prima rappresentazione: Milano, Teatro alla Scala il 26 dicembre 1841.

  • TRAMA:  Maria, figlia di Don Ruiz di Padilla, diviene l’amante del re di Castiglia Pedro. Il padre rimane sconvolto e cerca in tutti i modi di vendicare l’onore della figlia, ma viene arrestato e umiliato con le frustate. Maria, quando viene a sapere del disonore subito dal padre, fugge dalla corte e si occupa del padre, che nel frattempo è impazzito per il disonore. Ma quando viene a sapere delle nuove nozze di Pedro con la principessa di Borgogna, Bianca, va incontro al corteo reale e strappa la corona alla principessa. Pedro è sdegnato, e dichiara Maria unica regina del suo cuore. La gioia è troppa per Maria, che le schianta il cuore e muore circondata dalle persone più care.

Approfondimento: Il soggetto fu deciso dallo stesso Donizetti, che delegò la scelta del librettista a Merelli dopo aver constatato l’indisponibilità di Cammarano, impegnato a scrivere per altri musicisti a Napoli. Per le due opere Merelli scelse Gaetano Rossi, decano dei poeti teatrali, già collaboratore di Mayr e Rossini ( Semiramide e Tancredi) e autore di oltre centoventi libretti. Donizetti partecipò attivamente alla stesura del testo, con precisi suggerimenti circa la struttura drammaturgica dell’azione, in particolare nel lungo duetto padre-figlia che domina il terzo atto.

Lo stesso compositore riassunse la trama al cognato Toto Vasselli (10 ottobre 1841): «Il soggetto qua è Maria Padilla, favorita di Pietro il Crudele di Castiglia . Il libro, come è fatto, è bellissimo. Una ragazza è sedotta da un re, il quale le giura sposarla; ma bisogna che viva per molto tempo come sua maîtresse , e passi per tale in faccia a tutti, mentre essa sola sa di essere legittima sposa. Pel dolore suo padre divien pazzo. Ella strappa dal capo a Bianca di Francia la corona, nel mentre Pietro si rende infedele, e grida: questa corona è mia… eppoi s’uccide. Vedi che sono situazioni!». Di fronte alla perplessità del cognato, Donizetti precisa particolari salienti: «Il soggetto non ti piace? Come? Una ragazza sedotta? Un padre che non regge all’infamia e getta il guanto di sfida alla faccia del re, che è battutto alle verghe, che dal dolore diviene pazzo? Un re, che al momento che è per sposare Bianca di Francia, vede Maria che strappa dalla testa la corona all’altra, che si uccide poi, allorché il re, conoscendo il suo torto, le offre il trono?» (24 ottobre 1841). Sono situazioni che il musicista giudicava «magnifiche» e la musica «bella, bella, arcibella, bellissima, degna di Mercadante e di Bellini» (a Vasselli, 5 novembre 1841). A due settimane dall’esordio, un probabile intervento della censura fece modificare il finale e Maria, anziché suicida, muore per un eccesso di gioia: «Sissignore! Padilla morirà coll’afflusso di sangue, al momento; non canterà, nossignore… E se andrà male, almeno sarò il primo che l’avrò tentato» (a Vasselli, 25 dicembre 1841). Agli occhi di Donizetti appaiono già chiari gli indiscutibili pregi musicali e insieme il limite drammaturgico dell’opera, compromessa dalla scarsa credibilità dell’epilogo.

L’opera venne ripresa a Trieste nel marzo 1842, con un lieto fine suggellato dalla cabaletta di Maria (“Padre tu l’odi”): la protagonista viene riconosciuta dal re sua legittima sposa. Veniva così sancita la versione in seguito normalmente eseguita e avallata dallo stesso Donizetti; scelta che non elimina l’incoerenza di un’opera musicalmente impostata per una conclusione tragica. In Maria Padilla Donizetti guarda con sapiente arcaismo, quasi con una punta di nostalgia, allo spagnolismo oleografico delle sue prime opere, Zoraide , Alahor ed Elvida . Buona parte dell’opera è caratterizzata da generosità melodica e da un rigoglioso belcantismo, con una vocalità inequivocabilmente bravuristica, quasi astratta nel clima di festa ricorrente per i primi due atti. È questo in particolare il caso della cabaletta (“Di pace a noi bell’iride”) nell’ampio duetto Maria-Ines (II,1), «il più arduo di una serie che ha il primo modello in Tancredi » (Ashbrook) e che valse al maestro due chiamate del pubblico alla ‘prima’ scaligera. Al colorito clima iberico contribuisce uno strumentale lussurreggiante, con nutrita presenza di trombe e ottoni e con una banda sul palcoscenico – dettagliatamente precisata – che viene impiegata più che in qualsiasi altra opera donizettiana. Il festoso coro (“Nella reggia dell’amore”) si avvale di movenze in stile di jota , e un tempo di bolero caratterizza la cabaletta di Ruiz (“Una gioja ancor mi resta”). Le tradizionali forme italiane sono arricchite e ampliate con spunti tematici strumentali di rilievo, che aggiungono significato alla psicologia dei personaggi. Maria è il centro musicale ed emotivo dell’opera: il suo impegnativo ruolo vocale fu scritto per il soprano Sofia Loewe, sebbene metà opera fosse stata pensata per Erminia Frezzolini (grande interprete di Beatrice di Tenda ), impossibilitata a cantare perché in gravidanza. Nella sua cavatina (“Ah, non sai qual prestigio si cela”) il belcantismo è una eccitata prefigurazione della felicità, modellata sullo stile della Frezzolini, che compensava una certa fragilità con la grazia e la leggerezza. Viceversa nel duetto Maria-Pedro, che conclude il primo atto (“Core innocente e giovane”), domina un incedere spianato delle frasi adatto allo stile passionale della Loewe, con improvvisi passaggi al registro più grave, particolarmente imponente nel soprano tedesco. Don Ruiz, padre di Maria, è «la più drammatica delle parti donizettiane per tenore principale» (Ashbrook) e fu scritta per il cinquantunenne Domenico Donzelli, cui è riservata una grande scena di pazzia nel terzo atto: è di grande effetto drammaturgico il canto solitario di Ruiz (“Sento ad ognor estinguersi”) intercalato dai brevi commenti delle due figlie, posti su due piani paralleli che non si incontrano se non nella successione formale della musica. L’ispirata melodia è precedentemente intonata dal corno inglese, con tremoli d’archi e sommessi e saltuari arpeggi d’arpa: una dolorosa suggestione che Donizetti intensifica con una supplica a cappella (terzetto Maria, Ines e Luigi). La follia di Ruiz si manifesta tra scatti veementi e improvvisi e l’ossessione delle percosse subite, in contrasto con la supplica estenuata di Maria. Flauto e violoncello accompagnano l’unico momento di contatto tra i due, nel ricordo di una malinconica canzone popolare andalusa (“Della sera la brezza leggera”). Ines, a differenza di Maria, appare una donna semplice e appagata fin dal suo esordio (“Eran già create in cielo”); la sua è un’aria tenera, dal ritmo tranquillo e regolare, di ambito melodico contenuto nel registro centrale. La parte di Don Pedro, scritta per Giorgio Ronconi, è quella di un ‘amoroso’ cui Donizetti riserva espressioni estatiche e abbandoni sensuali (“Ah, quello fu per me”).

Maria Padilla fu data alla Scala per ventiquattro sere consecutive con successo crescente e rimase sui palcoscenici europei per quasi un trentennio, prima di essere eclissata dai grandi successi verdiani iniziati proprio nella stessa stagione scaligera 1841-42 con Nabucco . L’opera è stata ripresa nel nostro secolo a Londra solo nel 1973, tardiva riscoperta assieme ad altri melodrammi erroneamente considerati pallide anticipazioni dello stile verdiano: lo stile donizettiano mira infatti alla sintesi, che è cosa differente dalla concisione e dall’impeto senza soste che animerà opere come Nabucco , Ernani , Attila. (fonte: Dizionario dell’opera)

  • ASCOLTO:

Opera in 10 minuti

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