Otto mesi in due ore

GAETANO DONIZETTI:

Otto mesi in due ore, melodramma romantico in 3 atti su libretto di Domenico Gilardoni, tratto da La figlia dell’esiliato, ossia, Otto mesi in due ore, dramma di Luigi Marchionni (1820), basato su Elisabeth, ou Les exilés de Sibérie di Sophie Ristaud Cottin (1806).

  • PERSONAGGI:
 
Lo Zar (tenore)Il Gran Maressciallo (basso)

Il Conte Stanislao Potoski (tenore)

La contessa Fedora, sua moglie (mezzosoprano)

Elisabetta, loro figlia (soprano)

Maria, nutrice di Elisabetta(mezzosoprano)

Michele, suo figlio, e corriere dello Zar (basso)

Ivano, tragittatore al passo del Kama (baritono)

Alterkhan, capo di un’orda di Tartari (basso)

Orzak, altro capo tartaro (tenore)

  • LUOGO: Nella prima parte in Saimka, nella seconda sulle rive del Kama e nell’ultima in Mosca.

Prima rappresentazione: Napoli, Teatro Nuovo 13 maggio 1827

  • TRAMA: Parte primaIl boiardo Iwano ha complottato ai danni di Stanislao Potoski, esiliandolo in Siberia. La figlia Elisabetta vuol vendicare il padre e si reca a Mosca, chiedendo aiuto a Michele, figlio della nutrice Maria.

    Parte seconda

    Iwano è traghettatore sul fiume Kama. Sopraggiunge Elisabetta, che gli chiede di passare. Lui la riconosce e implora il suo perdono, per aver tradito il padre. Alterkan, a capo di un gruppo di Tartari, entra nella capanna di Iwano, scopre Elisabetta e minaccia d’ucciderli entrambi. Iwano difende la ragazza, denunciando il tradimento, e mette per iscritto la confessione. Il fiume straripa e Iwano muore, mentre i Tartari traggono in salvo Elisabetta.

    Parte terza

    Al Cremlino Elisabetta incontra il Gran Maresciallo, complice di Iwano, che tenta di sottrarle la confessione scritta. Invano. L’imperatore lo punisce e richiama a Mosca Potoski, attribuendo a lui il titolo di Gran Maresciallo. Conclude l’opera un’improbabile inno di gioia.

  • APPROFONDIMENTO:Rientrato a Napoli dopo il tiepido successo romano di Olivo e Pasquale (Teatro Valle, 7 gennaio 1827), Donizetti sottoscrisse il più oneroso dei suoi contratti con Domenico Barbaja: in tre anni si impegnava a comporre dodici opere, e avrebbe assunto inoltre l’incarico di direttore del Teatro Nuovo. Il primo risultato di tale accordo fu Otto mesi in due ore , che apriva la stagione di primavera e con cui si inaugurò anche la collaborazione tra il compositore e il napoletano Domenico Gilardoni (1798-1831), appena subentrato a Leone Andrea Tottola come poeta del San Carlo. Dopo l’esordio belliniano di Bianca e Gernando (1826), Gilardoni divenne il librettista pressoché esclusivo di Donizetti prima della sua prematura scomparsa. Il libretto attinge a un testo teatrale di Luigi Marchionni («dramma romantico»), uno dei maggiori successi nella stagione di prosa napoletana del 1820; il titolo dello spettacolo è tratto da un racconto di Marie Sophie Cottin (Parigi 1806) e fa esplicito riferimento all’infrazione delle unità aristoteliche propria del teatro romantico.

Otto mesi in due ore venne replicata per diciannove sere e fu il titolo donizettiano di maggior successo fra quelli composti a Napoli fino a quel momento. Il musicista ne diede un resoconto al compositore Andrea Monteleone, direttore del Real Teatro Carolino di Palermo: «Decorata per eccellenza; ed esecuzione bastantemente precisa per parte di macchine, scene, e vestiario, che sono le cose principali. La musica adorna di tutto questa ha avuto un esito felicissimo, ed io fra gli altri fui pure chiamato sul palco dopo i tanti evviva già compartiti al cembalo» (lettera del 14 maggio 1827). In effetti nell’opera si trovavano tutti gli elementi congeniali al pubblico napoletano di allora: belcantismo di stampo rossiniano, come nella virtuosistica cavatina di Elisabetta (“Dal palpitar cessate”); effetti scenici spettacolari e connotazioni musicali suggestive, in particolare nella tempesta del secondo atto e nell’originale atmosfera crepuscolare (per la fuga notturna di Elisabetta e Michele sono prescritti archi con sordina) che conclude il primo atto; e soprattutto il ruolo di Michele, un buffo napoletano costruito secondo i modelli di Papaccione ( La zingara ) e di Don Romualdo ( Emilia di Liverpool ), in cui un semplice canovaccio melodico lascia ampio spazio all’abilità di improvvisazione teatrale dell’interprete. Donizetti rifece i recitativi in italiano per una sfortunata ripresa a Palermo (30 maggio 1828) e l’opera, anche con il titolo Gli esiliati in Siberia , venne rappresentata con alternanza di insuccessi e trionfi in numerosi teatri italiani: alla Scala di Milano (4 settembre 1831), dove ebbe comunque diciassette rappresentazioni, fu criticata la debolezza dell’intreccio; a Modena (3 febbraio 1831) la marcia che introduce lo zar nel terzo atto divenne l’inno dei rivoltosi, legando così per la prima volta un’opera donizettiana ai moti risorgimentali. Due revisioni significative furono effettuate nel 1832 per Roma e nel 1834-35 per Torino, quest’ultima mai rappresentata. In esse la collaborazione di Jacopo Ferretti contribuì a umanizzare la figura eroica di Elisabetta, dibattuta tra timori e coraggio, più credibilmente conscia delle difficoltà dell’impresa; Donizetti si orientò verso brani strutturalmente più elaborati e complessi, collegati per lo più da recitativi accompagnati. L’interesse e la vitalità che Donizetti trovava in questo soggetto sono attestati dalle ripetute revisioni e dalle due nuove opere realizzate a partire dalla versione del 1827: col titolo Elisabeth sono stati scoperti al Covent Garden nel 1984 due lavori (uno su testo francese, l’altro in italiano) realizzati attorno al 1840 per un progetto londinese poi non attuato, con musica in buona parte di nuova composizione. Nessuna delle diverse versioni di Otto mesi in due ore ed Elisabeth è stata ancora ripresa in un moderno allestimento.

  • ASCOLTO:

Ouverture

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