L’esule di Roma, ossia il proscritto

GAETANO DONIZETTI:

L’esule di Roma, melodramma eroico in 2 atti su libretto di Domenico Gilardoni, tratto da Androclès ou le Lion reconnaissant (1804), melodramma di Louis-Charles Caigniez.

  • PERSONAGGI:

Murena, senatore (baritono)

Argelia, figlia di Murena (soprano)

Emilia, sorella di Argelia (ruolo muto)

Settimio, tribuno esiliato (tenore)

Publio, generale (baritono)

Leontina, confidente di Argelia (soprano)

Lucio, centurione (basso)

Fulvio, decurione (tenore)

Parenti di Murena, sacerdoti, schiave di Argelia, popolo, soldati (coro)

Prima rappresentazione: Napoli, Teatro San Carlo 1 gennaio 1838.

  • LUOGO: Roma
  • EPOCA: Durante il regno di Tiberio
  • TRAMA:

Atto I

Quadro primo

Una piazza pubblica circondata di palazzi, di templi e di monumenti. Arco di trionfo. A destra, il vestibulum della casa di Murena.

  • Scena prima: Il popolo di Roma acclama il generale Publio, vincitore dei nemici dell’imperatore Tiberio, ma il senatore Murena non sembra partecipare all’esultanza generale. In effetti, egli ha promesso la mano di sua figlia Argelia a Publio, ma, quando costui arriva a reclamarla, è costretto ad ammettere che la giovane è introvabile e non riesce a dissimulare a pieno la sua preoccupazione.
  • Scena seconda: Si viene a sapere la ragione della sparizione di Argelia: il giovane tribuno Settimio, figlio di un benefattore di Murena, che quest’ultimo ha fatto condannare ed esiliare per motivi politici, è tornato in segreto, rischiando una morte certa, per ritrovare Argelia, della quale è innamorato (cabaletta Se ad altri il core).
  • Scena terza: Anche Argelia ricambia il suo amore, e gli è rimasta fedele (duetto Al fianco mio!).
  • Scena quarta: La felicità dei due innamorati è di breve durata: sopraggiunge Lucio con dei soldati e arresta subito Settimio.
  • Scena quinta: Argelia confessa a Publio di amare Settimio: Publio, nobilmente, promette di aiutarlo.
  • Scena sesta: Lucio annuncia a Murena che Settimio è tornato e che è atteso al Senato per essere giudicato.

Quadro secondo

Interno della casa di Murena.

  • Scena settima: Settimio fa un’ultima visita ad Argelia e le dà le prove scritte della cospirazione di cui è vittima e di cui proprio suo padre è il principale ispiratore. Argelia, alla notizia, inorridisce. Entra Murena, colmo di dolore, che ha appena condannato a morte Settimio. Egli supplica però quest’ultimo di non rivelare a sua figlia le prove della sua infamia e in cambio gli propone di salvare il suo onore facendolo fuggire da Roma assieme ad Argelia. Ma Settimio rifiuta e accetta di andare incontro alla morte. Insolitamente, Donizetti conclude l’atto I con un notevole terzetto (Ei stesso!), invece che con l’abituale concertato; questa soluzione sarà ripresa da Bellini alla fine dell’atto I di Norma e da Verdi alla fine di Ernani.

Atto II

Quadro primo

Interno della casa di Murena.

  • Scene prima e seconda: Murena sprofonda nella follia in una scena molto bella (aria Entra nel Circo!, cabaletta Di Stige il flutto), che, se da una parte curiosamente preannuncia le celebri “scene della follia” – tutte femminili – delle opere della maturità di Donizetti, dall’altra fa eco in particolare alle scene di capolavori del teatro neoclassico in cui un personaggio maschile viene reso folle dal rimorso, fra i quali si possono citare le tragedie Saul (1782) di Vittorio Alfieri e Aristodemo (1786) di Vincenzo Monti. Giovanni Pacini si ricorderà di questa scena nella sua Saffo (1840).

Quadro secondo

Nella prigione.

  • Scena terza: Nella sua cella, Settimio attende la sua esecuzione. L’aria in La maggiore S’io finor, bell’idol mio è preceduta da un’introduzione strumentale con un passaggio per oboe solo e seguita da una cabaletta nella medesima tonalità, Si scenda alla tromba. Questa scena era stata aggiunta in occasione della rappresentazione alla Scala di Milano del 12 luglio 1828 per il tenore Winter, ma la musica originale è andata perduta. Ne esistono due versioni: l’una composta per Rubini, che cantò il ruolo al San Carlo nell’inverno 1828 e l’altra per Ignazio Pasini in occasione della ripresa di Bergamo del 1840.

Quadro terzo

Nel giardino della casa di Murena.

  • Scene quarta e quinta: Murena ha deciso di autodenunciarsi per salvare Settimio. Chiede ad Argelia i documenti che il giovane le ha dato e che provano la sua colpevolezza, ma ella, non volendo sacrificare suo padre al suo buon nome, rifiuta fra le lacrime. Tuttavia, la decisione di Murena è irrevocabile, ed egli si reca dall’imperatore.
  • Scena sesta: Dall’esterno, Argelia sente le grida della folla che chiede che Settimio sia condotto al supplizio. Il cantabile della sua cavatina Tardi, tardi il piè la volgi è introdotto e sottolineato, in modo abbastanza insolito, dal corno inglese.
  • Scena settima: Il tempo di mezzo è introdotto da Publio, che annuncia la buona notizia: Settimio e Murena sono stati entrambi graziati. Argelia esprime tutta la sua gioia nella cabaletta finale Ogni tormento.

 

  • APPROFONDIMENTO:

Prima opera donizettiana di ambientazione neoclassica (seguiranno Fausta e Poliuto-Les Martyrs ), composta verso la fine del 1827, l’ Esule di Roma debuttò tre mesi dopo il trionfo del Pirata di Bellini alla Scala. Era la quarta opera che Donizetti scriveva per Napoli, in un’unica stagione, come prevedeva il contratto che il compositore aveva firmato con l’impresario Domenico Barbaja. Seguiva infatti Otto mesi in due ore , Il borgomastro di Saardam e Le convenienze ed inconvenienze teatrali , rappresentate al Teatro Nuovo. A un mese dalla ‘prima’ di quest’ultima, erano iniziate le prove dell’ Esule , al San Carlo. L’intreccio del «melodramma eroico» di Gilardoni è tratto da un dramma storico di Luigi Marchionni, Il proscritto romano , a sua volta derivato da un dramma francese, Androclès, ou Le lion reconnaissant, di Louis-Charles Caignez e Debotière (Parigi 1804).

L’ Esule presenta alcune particolarità drammaturgiche notevoli: non prevede, almeno nella sua versione originale, un’aria di sortita per la primadonna, e il concertato del finale primo è sostituito da un terzetto. Il dramma intimistico dei protagonisti, fra i quali spicca il personaggio tormentato di Murena, si contrappone al quadro trionfale dell’introduzione, e all’abbondanza di scene corali e di marce strumentali per banda, che a Napoli erano molto apprezzate. Rappresentata con grande successo al San Carlo, con Luigi Lablache, Adelaide Tosi e Pietro Winter, l’opera fu subito ripresa alla Scala, con Henriette Méric-Lalande, e di nuovo rappresentata a Napoli, alla fine del 1828, con Giovan Battista Rubini. Seguirono numerosi allestimenti, per un totale di una sessantina di riprese durante l’Ottocento (l’ultima nel 1869 al Teatro del Fondo di Napoli). Donizetti ritornò spesso sul proprio lavoro e intervenne di persona negli adattamenti subiti dalla partitura: ad esempio, compose una nuova scena del carcere per Rubini quando il famoso tenore cantò Settimio a Napoli. Come nel caso di molte altre opere donizettiane, questa è una partitura ‘aperta’, di cui è impossibile ricostruire una versione definitiva, ma solo studiare la storia della recezione.

  • ASCOLTO:

L’Opera in 10 minuti

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