Lucia di Lammermoor

GAETANO DONIZETTI: Lucia di Lammermoor, dramma tragico in due parti su libretto di Salvatore Cammarano, tratto da “The Bride of Lammermoor di Walter Scott.

  • PERSONAGGI: 

Lord Enrico Ashton (baritono) Lucia, sua sorella (soprano) Sir Edgardo di Ravenswood (tenore) Lord Arturo Bucklaw (tenore) Raimondo Bidebent, educatore e confidente di Lucia (basso) Alisa, damigella di Lucia (mezzosoprano) Normanno, capo degli armigeri di Ravenswood (tenore) Dame e cavalieri, congiunti di Ashton, abitanti di Lammermoor, paggi, armigeri, domestici di Ashton (coro). Prima rappresentazione: Napoli, Teatro San Carlo 26 dicembre  1835

  • EPOCA: 1700  circa
  • LUOGO: Scozia
  • DURATA: 2 ore e 25 minuti.
  • TRAMA:

Antefatto

La nobile famiglia Ashton, alla quale appartengono i fratelli Enrico e Lucia, ha usurpato i beni e il castello della famiglia Ravenswood, il cui unico erede è Edgardo. Lucia e Edgardo si amano segretamente.

Parte prima (La partenza)

Quadro primo – Durante una battuta di caccia, Lord Enrico Ashton viene a sapere dell’amore di Lucia per l’odiato Edgardo e giura di ostacolarlo con ogni mezzo. Quadro secondo – Nel parco del castello, Lucia attende Edgardo e racconta ad Alisa, sua dama di compagnia, l’antica lugubre storia di un Ravenswood che in quello stesso luogo uccise per gelosia la propria amata e il cui fantasma, da quel giorno, si aggira inquieto presso la fontana. Lucia le confessa di aver visto ella stessa il fantasma (Regnava nel silenzio). Alisa interpreta il racconto come un cattivo presagio e mette in guardia Lucia dal rischio di subire la stessa sorte. Edgardo annuncia a Lucia di dover partire per difendere le sorti della Scozia. Ma prima intende stendere la mano in segno di pace al fratello di lei, Enrico, chiedendola in sposa. Lucia, consapevole dell’odio serbato dal proprio fratello nei confronti di Edgardo, chiede a quest’ultimo di attendere ancora. Lucia e Edgardo si scambiano gli anelli nuziali e si congedano giurandosi amore e fedeltà eterni (Verranno a te sull’aure).

Parte seconda (Il contratto nuziale)

Atto primo, quadro primo – Le lotte politiche che sconvolgono la Scozia indeboliscono il partito degli Asthon e avvantaggiano quello di Edgardo. Enrico, per riequilibrare le sorti della contesa e salvare la sua casata, impone alla sorella di sposare un uomo ricco e potente, Lord Arturo Bucklaw. Al rifiuto della fanciulla, che non ha mai ricevuto lettere di Edgardo poiché le stesse sono state intercettate ed occultate da Enrico e da Normanno, egli le dice che Edgardo ha giurato fede di sposo ad un’altra donna, offrendole quale prova una falsa lettera, e con l’aiuto di Raimondo, padre spirituale della ragazza, la convince ad accettare le nozze con Arturo. Atto primo, quadro secondo – Arturo attende trepidante la promessa sposa all’altare. Lucia viene, e la cerimonia nuziale è sconvolta dall’inattesa irruzione di Edgardo(Chi mi frena in tal momento). Alla vista del contratto nuziale firmato da Lucia il giovane maledice l’amata e le restituisce l’anello. Lucia, impietrita dalla disperazione, gli ridà il suo. Atto secondo, quadro primo – Enrico ed Edgardo si incontrano presso la torre di Volferag e decidono di porre fine ad ogni discordia con un duello, che viene fissato per il giorno dopo, all’alba. Atto secondo, quadro secondo – Al castello la lieta festa nuziale viene interrotta da Raimondo, che tremante comunica agli invitati la notizia che Lucia, impazzita dal dolore, ha ucciso Arturo durante la prima notte di nozze (Dalle stanze ove Lucia). Lucia, fuori di sé, compare tra gli invitati con un pugnale tra le mani e gli abiti insanguinati. Ella crede di vedere Edgardo, immagina le sue nozze tanto desiderate con lui e lo invoca. Mentre il coro la compiange, entra Enrico, che saputo del misfatto, fa per uccidere la sorella, ma Raimondo e Alisa lo fermano, mostrandogli in che stato è ridotta. Lucia si scuote: crede di aver sentito Edgardo ripudiarla e gettare a terra l’anello che si erano scambiati. Lucia non regge al dolore, e muore nello sconcerto generale. Enrico fa portare via Lucia, e Raimondo accusa Normanno, il capo degli armigeri, di essere lui il responsabile della tragedia. Atto secondo, quadro terzo – Giunto all’alba tra le tombe dei Ravenswood per battersi in duello con Enrico, Edgardo medita di farsi uccidere. D’improvviso è turbato dall’arrivo di una processione proveniente dal castello dei Lammermoor, piangendo la sorte di Lucia. La campana a morto annuncia la morte della ragazza. Edgardo, che non può vivere senza di lei, si trafigge con un pugnale (Tu che a Dio spiegasti l’ali).

  • APPROFONDIMENTO:

Prima che il 26 settembre 1835 andasse in scena al San Carlo di Napoli la Lucia di Lammermoor , il trentottenne Gaetano Donizetti aveva composto, in diciassette anni di attività, quarantatré opere. Aveva esordito al Teatro San Luca di Venezia il 14 ottobre 1818 con Enrico di Borgogna , opera ‘semiseria’, secondo una minuziosa classificazione di allora, perché includeva un personaggio comico. Anche Torquato Tasso (Roma 1833) fu per la stessa ragione definito ‘semiserio’, malgrado la morte di Eleonora d’Este e i deliri del protagonista. Opere ‘buffe’ furono invece l’ Elisir d’amore (1832) e Don Pasquale (1843); ma esistevano anche le ‘farse’, come Le convenienze e inconvenienze teatrali (1827) o il Campanello (1836), nel repertorio donizettiano.

Lucia di Lammermoor non fu il primo grande successo di Donizetti nel genere ‘serio’: già Anna Bolena (1830) e Lucrezia Borgia (1833) erano state opere vincenti. Quest’ultima, anzi, fu assiduamente rappresentata fino all’inizio del nostro secolo. Ma Lucia di Lammermoor rientra tuttora nel repertorio teatrale più consueto. Donizetti morì cinquantunenne a Bergamo, sua città natale, in stato di demenza, dopo aver composto settanta opere. Per un singolare destino aveva descritto la demenza in varie opere, iniziando dalla protagonista di Emilia di Liverpool (1824) e continuando con i deliri di Murena nell’ Esule di Roma (1828) e di Torquato Tasso nell’opera omonima, per giungere a quelli di Linda di Chamounix (1842). D’altronde le scene di follia erano un antico retaggio dell’opera italiana o italianizzante; comparvero già nell’ Orfeo di Luigi Rossi, per non parlare dell’ Orlando furioso di Vivaldi e di Händel o della Nina pazza per amore di Paisiello. Il libretto di Salvatore Cammarano fu tratto da The Bride of Lammermoor , romanzo di quel singolare depositario di soggetti operistici che fu Walter Scott. A lui si ispirarono ben quattro compositori che prima di Donizetti musicarono le vicende di Lucia ed Edgardo: Michele Carafa ( Le nozze di Lammermoor , Parigi 1829), Luigi Riesk (1831), Ivar Frederik Bredal ( La sposa di Lammermoor , Copenhagen 1832) e Alberto Mazzuccato ( La fidanzata di Lammermoor , Padova 1834). Donizetti, come di consueto, fu rapidissimo: iniziò la composizione alla fine del maggio 1835, la terminò il 6 luglio. Scott, riferendosi alle lotte fra i seguaci di Guglielmo III d’Orange e i fedeli del detronizzato Giacomo II, aveva collocato il suo romanzo nella Scozia del 1689, mentre Cammarano retrodatò Lucia alla fine del Cinquecento. Il 20 luglio 1830, scrivendo a Francesco Florimo – storico della musica, compositore e amico di Vincenzo Bellini – Saverio Mercadante parlava d’un ‘Dozinetti’, intendendo ‘dozzinale’. Era un nomignolo affibbiato a Donizetti per certa sciattezza e faciloneria, riscontrabili in non poche opere fino allora da lui composte. Donizetti, è risaputo, scriveva di getto, rapidissimo, senza troppo soffermarsi su ciò che gli usciva dalla penna; né poteva ancora vantare un’ Anna Bolena , un Elisir d’amore , una Lucrezia Borgia , rappresentate tra il 1830 e il ’33. Ma Lucia di Lammermoor fu la sua risposta al Pirata di Bellini, espressione dell’allora nascente melodramma romantico italiano. Anche nel Pirata Gualtiero (tenore) è vittima delle trame di Ernesto (baritono), che gli ha sottratto Imogene (soprano) costringendola a sposarlo. La vendetta di Gualtiero è la pirateria. Ucciderà poi Ernesto in duello, ma questo renderà folle Imogene. In sostanza il Pirata aveva coniato quattro personaggi fondamentali: il giovane eroe oppresso dalla tristezza e dal rancore, perché ha subìto lutti e usurpazioni (Gualtiero); l’antagonista usurpatore (Ernesto); la donna angelicata, alla quale lo scontro fra Ernesto e Gualtiero toglierà il senno (Imogene) e Goffredo, che tenterà invano, in nome della dignità sacerdotale, di evitare la tragedia. Ma questa è anche la conformazione di Edgardo, Enrico, Lucia e Raimondo. Il Pirata aveva fatto scalpore. Personaggi, linguaggio e situazioni stimolavano nella società dell’epoca, fino ad allora amante del lieto fine, il gusto dell’intenerimento, la voluttà della commozione. Ebbene, Lucia fu una sorta di Pirata che, partendo da fatti meglio coordinati sotto il profilo narrativo, esprimeva più compiutamente l’esperienza belliniana. D’altronde Bellini e Donizetti s’erano sovente mossi, fino ad allora e sia pure con formule in parte diverse, nella stessa direzione. Benché alcune opere di Rossini avvincessero ancora il pubblico, il romanticismo esigeva un linguaggio meno stilizzato, meno fiorito e tale da raffigurare con maggiore immediatezza le situazioni sceniche. Bellini e Donizetti presero ad accostarsi a un linguaggio per l’epoca realistico, sopprimendo o riducendo le fioriture e l’ornamentazione nel canto delle voci maschili e, a volte, anche in quello delle voci femminili. Fu il primo passo verso la verosimiglianza del linguaggio vocale – ‘verosimiglianza’ che poco ha a che vedere con quello che sarà più tardi il verismo. Il secondo passo furono melodie che partivano dall’accentazione delle parole per svilupparsi in un motivo semplice, tenero, malinconico. Così nacquero le arie, definite ‘nenie’ o ‘cantilene’, che furono la sigla e di Bellini e di Donizetti. Tuttavia in certe ‘cantilene’ di Parsina , di Maria Stuarda o di Anna Bolena , l’abbandono e la malinconia nascono dall’antico espediente di far muovere la voce per gradi contigui, senza bruschi salti, o al massimo per piccoli intervalli. Ma proprio per questo Donizetti sfiora la grande melodia senza realizzarla: mancano lo struggimento e l’incisività, che egli raggiunge invece in Lucia . In una melodia come “Verranno a te sull’aure” (il duetto di Lucia ed Edgardo) l’accentuazione della parola è messa in rilievo dall’introduzione di ampi intervalli. Il languore della voce, che sale o scende per gradi contigui, trova nel salto d’ottava iniziale di «Verranno» un impulso che imprime sul periodo musicale ampiezza e incisività. Lo stesso nell’avvio di “Tu che a Dio spiegasti l’ali” (l’aria finale di Edgardo) e, in precedenza, in “Spargi d’amaro pianto” (la scena della follia di Lucia nel terzo atto). Anche gli spunti veementi e iracondi nascono dall’immediata trasfigurazione melodica della accentazione delle parole. Come nel Larghetto “Cruda, funesta smania” di Enrico (I,2) e, subito dopo, nella veemenza dell’Allegro moderato “La pietade in suo favore”, che funge da cabaletta. Altrettanto aderente all’accentazione ‘parlata’ è il Larghetto di Edgardo “Sulla tomba che rinserra”, che non per questo perde una felice flessuosità melodica (scena e duetto del finale primo). Per la protagonista, il discorso sul linguaggio vocale è diverso. Donizetti, come Bellini in tutte le sue opere, applica soltanto saltuariamente al canto del soprano il procedimento di renderlo realistico eliminando vocalizzi e fiorettature; e questo proprio mentre il realismo drammatico guadagna spazio. Ma esiste una ragione storico-psicologica. Già agli albori del melodramma il canto fiorito e vocalizzato distingueva i personaggi mitologici o regali dai comuni mortali. Nel melodramma romantico il canto fiorito risponde al concetto della donna virtuosa, inaccessibile, portata a nascondere le proprie forme dalla foggia della crinolina, che il moralismo del periodo 1830-60 contrappone al ricordo d’un passato, ancor prossimo, ritenuto licenzioso. Si tratta, insomma, d’un linguaggio allegorico che afferma l’avversione della donna alle basse passioni. Lucia prova certamente slanci d’amore fervidi, appassionati, ma Donizetti le inibisce il canto sillabico e ‘spianato’ perché non allegorico, non idealizzato. Quando Lucia entra in scena e narra l’apparizione d’un fantasma (“Regnava nel silenzio”) la vocalità è prevalentemente ‘spianata’, ma quando è descritto l’amore per Edgardo (“Quando rapita in estasi”) diviene gradualmente virtuosistica. Così ancora Verdi nel primo atto del Trovatore : canto semplice, quasi ‘spianato’ nella descrizione che Leonora fa dell’incontro con Manrico (“Tacea la notte placida”), ma un repentino getto di trilli e di agilità nel successivo “Di tale amor”. Ma il canto ornato e fiorito di Lucia ha anche il compito di esprimere orrore e terrore, come nella seconda parte della cavatina “Regnava nel silenzio” e come nella celebre scena della pazzia. Qui il recitativo arioso (quasi melodico, cioè) si alterna inizialmente ai melismi, per poi cedere, nel Larghetto “Ardon gli incensi” e nel Moderato “Spargi d’amaro pianto”, a una scrittura che evoca tutte le componenti del vocalismo d’agilità: gorgheggi in alta tessitura, volate e volatine, trilli, note ribattute, picchettati. Notevoli in Lucia i recitativi, anche per la loro varietà. Se Donizetti usa il recitativo ‘monofonico’ – articolato, imitando il ‘parlato’, sulla ripetizione di una stessa nota – lo ravviva facendo gradualmente salire di tono ogni frase (scena di Enrico e Lucia del secondo atto, “Appressati, Lucia” e “M’odi, spento è Guglielmo”). Adotta il ‘parlante-misto’, dove il recitativo è affine al canto, ma il motivo conduttore è in orchestra (nel dialogo di Enrico e Arturo prima della scena delle nozze). Sono presenti anche il ‘declamato’ (Edgardo, prima della ‘maledizione’) e il recitativo arioso che sfiora il cantabile (Edgardo in “Tombe degli avi miei”). Questa complessità dei recitativi rende più serrato il ritmo della narrazione. Il momento magico vissuto da Donizetti durante la composizione investe tutte le strutture dell’opera. Tra le pagine d’insieme emerge il sestetto del finale secondo, dove tra l’altro si scorge in Donizetti l’allievo di Mayr, per talune analogie con il sestetto del finale primo di La rosa bianca e la rosa rossa (1813). La parte corale, vasta e accurata, s’inserisce felicemente nell’azione a partire dalla prima scena dell’opera, ora bellicosa (“Percorriamo le spiagge vicine”), ora festosa (“Per te d’immenso giubilo”, finale secondo), ora partecipe del dolore di Edgardo e commossa dalla sua agonia nel finale. La strumentazione è abilmente correlata al mutare degli eventi scenici, anche attraverso interventi solistici. Nell’atmosfera notturna del parco, nel quale Lucia compare per la prima volta, è l’arpa ad annunciarla, con suoni liliali e sognanti; quando è convocata da Enrico, piagata dalla lunga assenza di Edgardo, è il lamento dell’oboe che la introduce; mentre nella scena della pazzia l’accompagna il suono ‘bianco’ e scarno del flauto. (dizionario dell’opera)

  • ORGANICO ORCHESTRALE:

La partitura di Donizetti prevede l’uso di: ottavino, 2 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti4 corni, 2 trombe, 3 trombonitimpani, grancassa e piatti, tamburo, triangolo, campana, glassarmonica, arpa ed archi

  • CURIOSITA’:

Il 21 marzo 2006, al Teatro alla Scala di Milano, sotto la direzione di Roberto Abbado, l’opera Lucia di Lammermoor è stata messa in scena nella sua edizione originale: Donizetti aveva infatti pensato, per la “scena della pazzia”, all’uso della glassarmonica (o armonica a bicchieri), integrata con l’orchestra sinfonica. Circostanze pratiche costrinsero però Donizetti a rinunciare a questa originale soluzione e a riscrivere la partitura. L’edizione critica dell’opera ha reintegrato la parte per glassarmonica, che ben esprime, secondo quanto detto dal critico Paolo Isotta nel suo articolo sul Corriere della Sera del 22 marzo 2006, “l’atmosfera spettrale e nel contempo il totale distacco dalla realtà in che Lucia è precipitata.

  • ASCOLTI:

Cruda, funesta smania, cavatina di Enrico (Parte I) Regnava nel silenzio, cavatina di Lucia (Parte I) Sulla tomba che rinserra, duetto tra Lucia e Edgardo (Parte I) Il pallor funesto, orrendo, duetto tra Lucia e Enrico (Parte II, Atto I) Chi mi frena in tal momento?, sestetto tra Lucia, Edgardo, Enrico, Raimondo, Alisa, Arturo (Parte II, Atto I) Il dolce suono mi colpì di sua voce, scena ed aria di Lucia (Parte II, Atto III – scena della pazzia)

Tobe degli avi miei, scena di Edgardo (Parte II, Atto III) Tu che a Dio spiegasti l’ali, aria di Edgardo (Parte II, Atto III)
  • PARTITURA:

Partitura

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