La romanziera e l’uomo nero

GAETANO DONIZETTI:

La Romanziera e l’uomo nero, farsa in un atto su libretto di Domenico Gilardoni, tratta da L’Homme noir di Eugène Scribe e Jean-Henri Dupin (Parigi 1820) e da La Coiffeur et le perruquier di Scribe.

  • PERSONAGGI:

Antonina (soprano)

Carlino (baritono)

Fedele (baritono)

Il conte (Basso)

La nipote del conte (soprano)

Filidoro, l’uomo nero (basso)

Tommaso (basso)

Cameriera (soprano)

Giappone (tenore)

Prima rappresenazione: Napoli, Teatro del Fondo 18 giugno 1831.

  • TRAMA:

Antonina, figlia di un conte, è pervasa del più acceso romanticismo di cui si è voracemente nutrita attingendo alla biblioteca paterna, tanto che un misterioso e affascinante uomo nero turba le sue notti insonni. Oppressa dal pensiero del matrimonio con Carlino, impostole dal padre, la giovane protagonista è combattuta tra obbedienza filiale e amore ideale. Il misterioso uomo nero riesce a incontrarla e, per sfuggire alla tirannia del conte, i due decidono la fuga. Come nel manifesto romantico di Giovanni Berchet ( Lettera semiseria di Grisostomo al suo figliuolo , 1816), la giovane è decisa a rinunciare alla vita mondana per rifugiarsi in una umile ma romantica capanna in mezzo ai boschi («L’argentea luna avremo qual pallido fanale/ ci addormenteremo al canto del gufo lamentoso…»); non prima, tuttavia, di aver recuperato i gioielli di casa. Alla fine il conte ferma la fuga dei due amanti e riconosce nell’uomo nero Filidoro, il suo parrucchiere. Brutalmente ridestata dai sogni romantici, Antonina riconosce i suoi errori (“Mai più romanticismo!”), promette al padre di lasciare salici e cipressi, e accetta volentieri di sposare Carlino.

  • APPROFONDIMENTO:

Col clamoroso successo milanese di Anna Bolena (Teatro Carcano, 26 dicembre 1830) Donizetti vedeva concretizzarsi la possibilità di scrivere per teatri dove la censura fosse meno rigorosa che a Roma o Napoli. Rientrato nella città partenopea alla fine del febbraio 1831, il musicista ricorse al poeta Gilardoni che gli «eccitava facilmente l’estro» (lettera a Barbaja, 15 marzo 1828) per due atti unici di argomento comico: Francesca di Foix (Teatro San Carlo, 30 maggio 1831) e La romanziera e l’uomo nero . Già nelle Convenienze ed inconvenienze teatrali (1827) Gilardoni e Donizetti avevano realizzato una satira sulle risibili e grottesche convenzioni del teatro musicale: ora, con La romanziera , gli strali ironici si rivolgevano ai soggetti esasperatamente ‘romantici’, allora sempre più in voga. Secondo le usanze del teatro del Fondo, la farsa comprendeva dialoghi parlati che finora non è stato possibile rintracciare. Si può tuttavia ricostruire per sommi capi la vicenda con i sette numeri musicali rimasti.

Gli evidenti tratti caricaturali dei testi sono realizzati da Donizetti ricorrendo a un formulario di marcata ascendenza rossiniana. Accenti seriosi e pomposamente solenni si succedono a figurazioni ritmiche brillanti, frequentemente arricchite da argute e svariate sottolineature strumentali. Quasi in tutti i brani musicali passaggi amabili e distesi si alternano ad altri ritmicamente briosi e chiaramente comici. Così la sortita di Antonina, scritta secondo i canoni del melodramma tragico con espressioni languide ed estenuate (“Tu di rose inghirlandate ti incammini ai sacri altari”), è interrotta da buffe esortazioni reiterate (“Lascia i morti o figlia bella, pensa al fido genitor”). L’intento parodistico diviene chiassosamente divertito all’ingresso del misterioso uomo nero, che si presenta con sorprendenti espressioni, solo apparentemente tragiche («Non v’è maggior dolore/ che aver vota la pancia/ e far l’amore/ nella miseria»). Tremoli imponenti accompagnano una satira della canzone del gondoliere nell’ Otello di Rossini. Lo spiegato belcantismo di Antonina e i fitti concertati, con caratteristici scioglilingua, danno vita a una successione musicale vivace e fortemente ironica, cui Donizetti attingerà anche per L’elisir d’amore (1832): uno spunto dell’aria di elencazione “Cinque sensi appena nato, l’uomo annovera” si ritrova nella cavatina di Dulcamara. La fortuna di questa farsa è limitata a una ripresa palermitana; nel nostro secolo è stata riesumata per la prima volta a Londra (festival di Camden 1982, Opera Rara), mentre nel 1988 è stata riproposta a Fermo, con gustosi dialoghi parlati inventati e adeguati a introdurre i brani musicali. (Dizionario dell’Opera)

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