Giulietta e Romeo

NICOLA VACCAJ

Giulietta e Romeo, Tragedia per musica in due atti su libretto di Felice Romani, dalla tragedia Giulietta e Romeo di Luigi Scevola.

  • PERSONAGGI:romeo e giulietta vaccaj

Romeo Montecchi (contralto)

Giulietta Capuleti (soprano)

Adele (soprano)

Tebaldo (basso)

Capellio Capuleti (tenore)

Frate Lorenzo (basso)

PRIMA RAPPRESENTAZIONE: Milano, Teatro alla Canobbiana, 31 ottobre 1825

  • LUOGO: Verona e Mantova.
  • EPOCA: XIV secolo.
  • DURATA: 2 ore e  min. circa.
  • TRAMA ED APPROFONDIMENTO:

Nel 1825 Nicola Vaccaj compone Giulietta e Romeo, che rappresenta per il musicista tolentinate la prima grande affermazione a livello nazionale e internazionale. Per il testo Vaccaj si rivolge a Felice Romani (1788-1865), uno dei librettisti che in quel momento gode di maggiore fama e prestigio. Classicista per vocazione e per cultura, ammiratore di Vincenzo Monti che lo incoraggia a dedicarsi all’attività letteraria, il Roma vive come autore in continua contraddizione con se stesso, diviso fra l’amore per il “divino” Metastasio da lui considerato un maestro e le tematiche emergenti del Romanticismo, guardato senza simpatia e con sospetto. Romani aveva iniziato la sua attività di librettista nel 1813 scrivendo La rosa bianca e la rosa rossa per il compositore Giovanni Simone Mayr. Da quel momento egli svolge un intenso lavoro per il Teatro alla Scala, scrivendo nel periodo 1817-1822 ventuno libretti per autori importanti come Pacini, Morlacchi e Meyerbeer. Contemporaneamente scrive per Rossini Il Turco in Italia (1814) e Bianca e Faliero (1819). Nel 1822 Romani inizia una proficua collaborazione con Saverio Mercadante per il quale redige bel diciassette libretti fra cui Amleto (1822), che rappresenta il suo primo incontro con l’opera di Shakespeare. Sempre nel 1822 comincia a collaborare, scrivendo Chiara e Serafina, con Gaetano Donizetti, anche se non condivide il suo stile musicale dichiaratamente romantico. Nonostante questa divergenza artistica, Romani realizza per il compositore bergamasco gli ottimi libretti di Anna Bolena (1830) e Lucrezia Borgia (1833) e quel piccolo capolavoro rappresentato da L’elisir d’amore (1832). Nel 1825 e nel 1829 Romani scrive per Vaccaj i due libretti di Giulietta e Romeo e del Saul, mentre nel 1827 avviene l’incontro con Bellini per il quale scrive nel 1827 Il pirata, seguiti da Bianca e Fernando (1828), La straniera (1829) e Zaira (1829).Romani, oltre all’adattamento dei Capuleti e Montecchi del 1830, scrive ancora per Bellini i due libretti di Sonnambula (1831) e Noma (1831), che devono considerarsi nel loro genere dei veri e propri capolavori. Infine la loro collaborazione si conclude nel 1833 con la stesura del libretto di Beatrice di Tenda. Ormai il Romanticismo si sta pienamente affermando e Romani si sente tagliato fuori dal mondo del melodramma (anche se scrive nel 1840 Un giorno di regno per Giuseppe Verdi): Bellini è morto, Rossini ha abbandonato le scene, Donizetti è in una fase discendente, gli altri compositori un tempo in voga e con i quali era solito lavorare (Mayr, Vaccaj, Morlacchi) sono ormai fuori dal giro, Mercadante è ormai legato ad altri autori di dichiarata fede romantica. Romani, che non ammira i nuovi astri della letteratura romantica (Byron e Hugo) e che si mostra critico persino nei confronti Manzoni, decide di trasferirsi nel 1834 da Milano a Torino, dove Carlo Alberto lo ha personalmente incaricato di dirigere la Gazzetta Ufficiale Piemontese. Egli continuerà a coltivare dentro di sé l’irrisolta contraddizione di essere un convinto classicista e nello stesso tempo il più rappresentativo e valido librettista del primo melodramma romantico italiano.

Quando nel 1825 si prepara a scrivere il libretto per la Giulietta e Romeo di Vaccaj, Romani lascia intravedere qualcosa del suo “laboratorio di scrittura” nell’Avvertimento che apre il suo libretto:

 

S’egli è vero, come dice un illustre Scrittor e polemico de’ nostri giorni, che buon’opera farebbe il poeta il quale riponesse in teatro i più begli argomenti di già trattati, ma per le vicende dell’arte musicale e per qualsiasi altra ragione andati in disuso, l’Autore del presente Melodramma non avrà taccia di temerario per aver commesso un’altra volta alla musica il commovente soggetto di Giulietta e Romeo. Difficile non di meno e pericolosa, più che non parve dapprima sembrogli poscia l’impresa, non già per riguardo all’antico libretto, ma per le rimembranze in molti ancor vive della musica di cui fu vestito in altro secolo. Era d’uopo per tanto variare più che fosse possibile l’orditura e le situazioni del Dramma; e nella catastrofe, che sensibilmente non poteasi cambiare, discostarsi almeno da qualunque concetto che assomigliasse agli antichi, affinché nessun confronto potesse farsi tra la vecchia e la nuova musica, e lo Scrittore di questa non fosse esposto ad un cimento per cui certamente avrebbe mostrato onesta ripugnanza.

 

Romani si basa inizialmente sul libretto scritto da Giuseppe Maria Foppa per l’opera di Zingarelli, ma in un secondo tempo, quando scopre si tratta di un lavoro scenicamente poco efficace, lo abbandona per preferirgli la tragedia Giulietta e Romeo (1818) di Luigi Scevola. Al Romani, che non apprezza il linguaggio ampolloso della tragedia, interessa soprattutto la sua struttura drammaturgica, la sequenza degli episodi, il carattere dei personaggi. Dall’opera teatrale egli trasferisce nel libretto l’ampio spazio lasciato alle lotte fra Guelfi e Ghibellini, una precisa collocazione storica della vicenda a differenza del Da Porto e del Bandello che si limitavano a fare riferimento alla signoria di Bartolomeo della Scala quindi all’inizio del XIV secolo. Romani colloca la storia dei due innamorati nel “dodicesimo secolo” con un evidente errore di datazione, perché poi nel testo, seguendo in questo lo Scevola, cita come signore di Verona Ezzelino III da Romano (1194-1259) che esercita il suo dominio sulla città fino al 1259, anno in cui ha inizio la signoria di Bartolomeo della Scala. Siamo pertanto nel tredicesimo secolo e la scelta fatta da Scevola può essere stata determinata dalla maggiore fama che godeva presso gli spettatori Ezzelino da Romano rispetto a Bartolomeo della Scala. Romani tiene d’occhio anche i testi di Da porto e Bandello e quindi mantiene nel libretto la figura del padre di Giulietta a cui dà il nome di Capellio Cappelletti, mentre non specifica l’età di Giulietta che per Da Porto ha 18 anni, per Bandello 20/21 e secondo Shakespeare addirittura 14. A sua volta Romeo, che in Da Porto-Bandello-Foppa è soltanto un giovane innamorato coinvolto suo malgrado nelle lotte intestine che dividono le due famiglie, nel libretto del Romani diventa il “Capo” dei Montecchi come è indicato nella tragedia dello Scevola. Scompare poi la figura del padre di Romeo che viene indicato come l’uccisore di un figlio di Capellio. Secondo Romani, lo stesso Romeo, proprio perché esponente di una famiglia nemica dei Cappelletti, è costretto a sopportare lunghi anni di esilio (“Ignoto a tutti/Poiché fanciul partia, visse Romeo/Per tutta Italia, e in Verona istessa/Più volte ignoro penetrare ardio”), prima di poter ritornare nella sua città come capo – fazione dei Ghibellin: “Duce ne viene/Dei miei nemici il più abborrito e reo/Il più fiero…”affermerà nel vederlo il suo avversario Capellio.

Romani, prendendo come modelli il Foppa, riduce drasticamente a sei il numero dei personaggi: Capellio capo della famiglia dei Cappelleti, Giulietta, Adele madre di Giulietta (assente in Foppa), Romeo capo dei Montecchi, Lorenzo un medico familiare di Capellio, Tebaldo partigiano dei Cappelletti e promesso sposo di Giulietta. Scompare il personaggio di Mercuzio, l’amico di Romeo presente nella novella del Bandello con il nome di Marcuccio Guertio; è assente anche il personaggio della Nutrice, presente invece sia in Bandello, sia in Foppa con il nome di Matilde confidente di Giulietta. Va segnalato il fatto che il personaggio di Lorenzo, come si era verificato nel testo di Foppa, perde lo stato di frate (per evitare i colpi della censura) per diventare il medico di famiglia. Una significativa trasformazione subisce anche Tebaldo che da primo cugino di Giulietta e violento antagonista di Romeo diventa il capo della fazione dei Cappelletti che pronuncia parole guerresche al pari di Romeo: “Sì, voi costante e saldo/Difensor sarà Tebaldo/Correrà la vostra sorte,/O sia duce, o sia guerrier”. Inoltre Tebaldo, nei libretti di Foppa e di Romani, è destinato ad assumere il ruolo di pretendente alla mano di Giulietta, che in Da Porto appartiene al conte di Londrone, in Bandello al conte Paris di Londrone, il quale diventa Shakespeare semplicemente il conte Paride. Romani sopprime inoltre scene fondamentali come la festa in casa Cappelletti occasione del fatale incontro fra Romeo e Giulietta; al pari viene eliminata la celebre scena del verone momento che suggella l’amore fra i giovani. La morte di Tebaldo, che elimina il promesso sposo di Giulietta, non consente a suo padre Capellio di costringere la figlia a nuove nozze, per cui Romani deve far dire al padre dolente e adirato: “Non ho più figli. Al dì nuovo fia tratta/Lunge da queste soglie a chiostro oscuro/A pianger fin che vive i suoi falli”. E’ quindi la paura di essere rinchiusa in convento che spinge Giulietta, con la complicità del medico Lorenzo, a bere il filtro che dà la morte apparente. Particolarmente ambigua appare la fine di Giulietta, che non si pugnale con l’arma di Romeo, ma cade riversa sul cadavere del suo amante senza che emerga alcuna causa della sua morte.

Il libretto è suddiviso in due lunghi atti, ma nelle edizioni successive esso subisce una ulteriore suddivisione in tre atti. Dopo un breve ma intenso preludio, dove si colgono i presagi dell’incombente tragedia, il primo atto si apre con un coro dialogato di Guelfi che temono una vittoria dei Ghibellini sulla fazione dei Cappelletti. Quindi Capellio annuncia a Tebaldo la sua volontà di concedergli in sposa la propria figlia Giulietta anche se la moglie Adele e il medico di famiglia Lorenzo manifestano le loro perplessità sulla disponibilità della giovane di acconsentire alle nozze. Tebaldo si offre come condottiero dei Guelfi e Capellio ricorda l’odio nutrito nei confronti di Romeo ritenuto responsabile della morte di suo figlio. Si attende l’arrivo della delegazione dei Ghibellini che deve trattare la pace e si scopre che essa è guidata dallo stesso Romeo, il quale propone “pace e amistà” da consolidare attraverso le sue nozze con Giulietta. La proposta viene però respinta da Capellio che ricorda come fra loro esista una “barriera eterna” di sangue anche se Romeo gli ricorda che la morte del figlio non è un assassinio, perché è avvenuta in battaglia:

Se Romeo ti uccise un figli

In battaglia a lui diè morte:

Incolpar ne dei la sorte;

Ei ne pianse e piange ancor.

Deh! Ti placa, e un altro figlio

Troverai nel mio Signor.

Capellio rifiuta l’offerta di pace e il matrimonio proposti da Romeo, annunciando di aver concesso la mano di Giulietta a Tebaldo, per cui l’incontro si conclude con una dichiarazione di guerra da parte di Romeo:

La guerra bramata, – insani, fia presta.

Atroce, funesta, – tremenda sarà.

Verona prostrata – nel sangue, nel pianto

Voi, crudi, soltanto – odiare dovrà.

L’azione si sposta nelle stanze di Giulietta che piange disperata fra le braccia di Lorenzo, ma ecco sopraggiungere Romeo e fra i due giovani ha luogo il celebre duetto d’amore “Sei pur tu che ancor rivedo”. Allontanatosi Romeo, entra in scena, accompagnato da Tebaldo, il padre di Giulietta che comunica alla giovane la proposta matrimoniale di Romeo, il suo rifiuto e la sua decisione di maritarla a Tebaldo (terzetto “Cara, deh! Fa che splendere”). Hanno inizio i preparativi per i festeggiamenti nuziali (coro “Festeggiam con danze e canti”) e Romeo penetra nel palazzo con una divisa da guelfo per rapire Giulietta. Nel frattempo si prepara anche lo scontro fra Guelfi e Ghibellini e Romeo si dichiara pronto alla battaglia (“Io già corro a vendicarmi”), mentre Giulietta manifesta tutto il suo dolore (“Tace il fragor…silenzio!”). romeo invita la giovane a seguirlo, ma sopraggiungono Capellio e Tebaldo, per cui l’atto si chiude con i due giovani che si scambiano minacce di morte.

Il secondo atto ha inizio con un coro di donne che dialogano con Adele contro la guerra (“La mischia orribile”), ma Capellio porta la notizia della morte di Tebaldo per mano di Romeo, quindi egli comunica alla figlia la sua decisione di rinchiuderla in convento. Lorenzo e Giulietta studiano un piano che contempla l’uso di un filtro che dà una morte apparente e che prevede, dopo la tumulazione della fanciulla, l’invio di un servo nel castello di Romeo per informarlo dello stratagemma che consentirà ai due giovani di unirsi in matrimonio. Capellio manifesta ancora la sua ira contro la figlia, quando arriva la notizia della morte di Giulietta e della disperazione di suo padre (“Cessa…mi lascia”). Dopo un “a solo” di Lorenzo (“Voi lo seguite”), ha inizio la celebre “scena dei sepolcri” che ha sempre rappresentato l’elemento fondamentale del successo dell’opera. La scena si apre con il coro “Addio per sempre, o vergine” a cui fa seguito la gran scena di Romeo che comprende la bellissima aria “Ah! Se tu dormi, svegliati” e la cabaletta “Stagnate, o lagrime”; a quindi luogo il duetto “O tu che morte chiedi” che precede la morte di Romeo. Il finale si apre con l’aria di Giulietta “Prendimi, teco, e involami” alla presenza di Lorenzo e di Capellio, al quale la giovane chiede di essere trafitta dalla sua spada. Di fronte al diniego del padre, Giulietta si getta sul cadavere di Romeo ed invoca il sopraggiungere della morte (“A Romeo mi uccida appresso”) ed a Lorenzo tocca il compito di costatarne la fine.

Romani, pur avendo come modello la tragedia classica alla francese, sembra subire l’influsso romantico del romanzo Lucia di Lammermoor di Walter Scott. Infatti il librettista pone un particolare impegno nell’evidenziare il ruolo di Giulietta vittima di un padre che vuole sacrificarla per seguire dei calcoli politici e per l’odio nutrito nei confronti di Romeo (nel romanzo il ruolo di Capellio è riservato al fratello di Lucia, il quale prova un odio profondo per Edgardo innamorato della giovane). A sua volta Romeo assume il ruolo dell’eroe – guerriero che si sta affermando in quel periodo pre – risorgimentale, anche se Vaccaj, per un eccessivo attaccamento alla tradizione, compone questa parte per un mezzosoprano a scapito della virile energia del personaggio.

Giulietta e Romeo debutta il 31 ottobre 1825 al Teatro Canobbio di Milano per poi essere riproposta con grande successo nel 1826 per 18 serate al Teatro alla Scala. In questa opera, che deve essere considerata il capolavoro di Nicola Vaccaj, si avverte la necessità di liberarsi da alcuni modelli rossiniani per puntare su di una struttura drammaturgica più serrata e pregnante, su melodie maggiormente segnate dall’esaltazione dei sentimenti. Vaccaj esprime al meglio le sue qualità creative con una serie di brani musicali e parti cantate che resteranno nel repertorio di grandi cantanti per tutto l’Ottocento. Non solo Bellini deve ritenersi debitore del Vaccaj per alcuni spunti della sua opera Capuleti e Montecchi, ma lo stesso Donizetti deve aver ascoltato con attenzione questa musica soprattutto nel comporre il celebre duetto “Verranno a te sull’aure” della sua Lucia di Lammermoor.

Il figlio Giulio, nel suo volume Vita di Nicola Vaccaj (Bologna, 1882), riferisce il giudizio espresso su questa opera dalla Gazzetta di Milano del 3 novembre 1825:

Preceduto da alcune opere applauditissime in altri cospicui teatri, il maestro Vaccaj è venuto fra noi a confermare l’opinione di chi non dispera che la musica italiana non abbia altra via da percorrere che quella delle imitazioni. Dopo una specie di breve preludio, che tien luogo di sinfonia. Si alza il sipario. Incomincia l’introduzione con un coro di assai bella fattura e vi hanno parte il tenore e due bassi. Il pubblico poté fin d’allora valutare la nobiltà dello stile e gli artifici della composizione per cui il maestro ottenne il primo plauso. La cavatina di Romeo succede alla introduzione, la melodia ne è dolce e piena d’effetto; il maestro e la cantante furono ugualmente applauditi. Alla cavatina tiene dietro un duetto, poscia un terzetto che termina a quattro voci e che reputiamo una delle più belle ispirazioni dell’opera. Dopo il finale il maestro fu chiamato a ricevere nuove testimonianze della pubblica soddisfazione come pure al termine dell’atto II: lo stesso onore ebbero i primari cantanti. Nell’atto secondo sul coro d’introduzione, sulla scena ed aria del tenore, e sulla gran scena finale non ci ha che un grido di laude. 

E’ la conferma che l’opera del Vaccaj contiene brani di ottima fattura e di alta ispirazione che toccano il vertice in quel finale che molti hanno giudicato un “capolavoro immortale” e che lo stesso Rossini riteneva che avrebbe assicurato all’autore “un posto fra i compositori di miglior rinomanza”. Con molto acume critico il figlio Giulio esprime a sua volta questo giudizio (op. cit., pp. 79-80) su quello che si può considerare un capolavoro del melodramma italiano del primo Ottocento:

Quest’ultima parte certamente s’innalza sulle altre: così voleva il dramma, così voleva quel sentimento di economia artistica che presiede alla distribuzione dei colori e degli effetti: ma non è vero per questo che le precedenti ne siano indegne come è invalsa l’opinione in coloro che non le hanno mai sentite né lette. Ogni qual volta la Giulietta e Romeo fu cantata nella sua integrità, la cavatina, il terzetto e le altre scene…ottennero sempre uguali applausi che confermarono il giudizio da prima datone; e se circostanze speciali…hanno fatto sì che quelle prime parti fossero poi dimenticate, non per questo hanno perduto i pregi artistici di cui sono vestite e, richiamandole in scena, si renderebbe piena giustizia al compositore. (Alberto Pellegrino)

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