Pietro il Grande, Kzar di tutte le Russie, ossia il falegname di Livonia

GAETANO DONIZETTI:

Pietro il Grande Kzar di tutte le Russie, ossia il falegname di Livonia, Melodramma burlesco in due atti su libretto di Gherardo Bevilacqua Aldobrandini, tratto dalla commedia di Alexandre Duvale Le menuisier de Livonie, ou Les illustres voyageur (Parigi 1805).

  • PERSONAGGI:

PIETRO IL GRANDE, Kzar delle Russie [Basso cantante]

CATERINA, Imperatrice sua Consorte [Soprano]Pietro il Grande

MADAMA FRITZ, Locandiera [Soprano]

ANNETTA MAZEPA, Orfanella [Soprano]

CARLO SCAVRONSKI, Falegname [Tenore]

SER CUCCUPIS, Magistrato [Basso comico]

Prima rappresentazione: Venezia, Teatro San Samuele, 26 dicembre 1819.

  • LUOGO: La scena si finge in un ricco e popolato borgo della Livonia.
  • TRAMA:

ATTO I

A destra sortono vari rustici con archi e frecce disponendosi per la caccia, predominante gusto di quegli abitanti. Carlo sta lavorando al suo banco da falegname. In un ricco villaggio di Livonia, l’attuale Lettonia, vive il falegname Carlo Scavronsky, innamorato di Annetta. Carlo litiga con l’usuraio Firman, per una collana di Annetta che ha dato in pegno. Intervengono a pacificarli due stranieri, in realtà lo zar Pietro e la moglie Caterina, sulle tracce del fratello di lei, scomparso da bambino. Lo zar interroga Carlo, che non sa dare spiegazioni convincenti sulla sua famiglia e la sua origine e perciò è condotto dal magistrato Ser Cuccupis, personaggio arrogante e corrotto, somigliante, per vocalità, al Don Magnifico rossiniano. L’ostessa Madama Fritz rivela un foglio trovato indosso a Carlo, quando era bambino. Egli è figlio di Carlo Scavronsky, gentiluomo di Lituania, morto al servizio della Svezia. Egli aveva una sorella che dicesi perita nel saccheggio di Mariemburgo: ma si vuole fosse alla corte dello zar in Pietroburgo. Caterina si abbandona pallida su una sedia, tra lo stupore generale.

ATTO II

Appartamento dal magistrato. La notte è avanzata. Madama Fritz si presenta al magistrato e seducendolo tenta di liberare il prigioniero, ma lo zar ha già riconosciuto in Carlo il fratello della zarina. Lo zar ordina di liberarlo, acconsentendo alle nozze tra Carlo ed Annetta, perdonando, nel tripudio di tutti, la cospirazione ed il tradimento del padre di Annetta.

  • APPROFONDIMENTO:

L’ultima opera dell’esordio veneziano è Pietro il Grande, Kzar di tutte le Russie che porta il titolo de Il falegname di Livonia – opera buffa in due atti – andato in scena ancora al Teatro San Samuele il 26 dicembre 1819. Il soggetto è tratto dalla commedia di Alexandre Duvale Le menuisier de Livonie, ou Les illustres voyageur (Parigi 1805) che la compagnia comica Vestri-Venier stava rappresentando con successo sulle scene veneziane proprio in quei giorni.

L’argomento peraltro, nell’aprile di quello stesso 1819, era approdato alla Scala di Milano con le musiche di Giovanni Pacini su libretto di Felice Romani, riscuotendo uno strepitoso successo.

Il libretto donizettiano porta invece la firma del marchese bolognese Gherardo Bevilacqua Aldobrandini, un aristocratico che spacciava per libretti propri banalissimi adattamenti di lavori altrui, o nella migliore delle ipotesi si affiancava ad altri “poeti”.

Si suppone che il compositore, accettando la collaborazione del librettista, abbia in un certo senso pagato un pedaggio alla potente famiglia bolognese che risultava essere uno dei maggiori sponsor del Liceo. Non diversamente forse si sarà comportato Rossini a cui il Bevilacqua Aldobrandini fornì l’accomodamento de Il califfo di Bagdad del Romani per l’Adina (1817), la collaborazione per l’Eduardo e Cristina (1819) insieme con Tottola e Schmidt e la scrittura di un nuovo trio per la Semiramide (1823) di Gaetano Rossi.
Anche in questa occasione il lavoro del nobile “poeta” si limitò al riadattamento del libretto confezionato dal Romani per Pacini. Di suo vi aggiunse uno strano quanto inutile (visto l’argomento) sermone dell'”Opera” all’indirizzo del “Romanticismo” in cui, fra l’altro, vi si afferma “Non occuparti di leggermi con attenzione; ma piuttosto contentati di sentirmi in Teatro dove forse i pregi della Musica, e di chi la eseguisce, potranno vestirmi di non spiacevoli qualità, e di rendermi meno indegno del tuo compatimento”. L’invito finale è: “Devi dunque, o Romanticismo, adattarti generosamente a quanto ti si offre, senza pretese di gloria, ma a solo oggetto di divertimento”.
Non sappiamo quanto Donizetti condividesse tali ragionamenti.
Da autentico musicista che iniziava a muoversi nell’insidioso ambiente del teatro d’opera il suo problema era di esclusiva natura musicale, ed egli lo poneva e risolveva componendo con l’attenzione rivolta al materiale canoro a disposizione e al gusto del pubblico.
Di certo non fu l’esortazione del librettista ad influire sul gradimento del pubblico del San Samuele che decretò al Falegname di Livonia il primo successo del giovane operista bergamasco.
Fu semmai la scelta di giocare tutte le sue carte sulle straordinarie qualità vocali del celebre tenore rossiniano Giovanni Battista Verger, interprete del personaggio di Carlo sulla cui sagomatura eroica Donizetti dispiegò tutto il disegno drammaturgico dell’opera.
Ma se la presenza di Verge basta a spiegarci il successo veneziano, non è però sufficiente a darci la ragione della posteriore notevole fortuna della partitura che anche il titolo Il falegname di Livonia (in concorrenza l’omonimo lavoro del Pacini) tenne in cartellone per qualche anno nei teatri di Verona , Padova e Bologna, dove nel 1823  al Teatro Comunale perse la denominazione di “opera buffa” per acquisire quella di “melodramma burlesco”.
Certamente il lavoro contribuì a far conoscere il giovane Donizetti, ma, come osserva il Barblan, soprattutto “laddove il canto si fa più disteso e le parole accennano ai sentimenti umani, ecco che la melodia diventa patetica e struggente”, colorandosi di quel caratteristico timbro di nostalgica malinconia, divenne primissima espressione di ciò che negli anni a venire andrà a definire la poetica donizettiana in piena sintonia con le urgenze del Romanticismo.
  •  ASCOLTO:

Opera completa

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La fille du regiment

GAETANO DONIZETTI:

La fille du regiment, opéra comique in due atti su libretto di Jean-François-Alfred Bayard e Jules-Henri Vernoy de Saint-Georges (versione ritmica italiana di Callisto Bassi)

  • PERSONAGGI:

Marie, giovane vivandiera (soprano)
Tonio, giovane tirolese (tenore)
Sulpice, sergente (Basso buffo)
La marchesa di Berckenfield (mezzosoprano)
Hortensius, intendente (basso)
Un caporale (tenore)
Un paesano (tenore)
Soldati francesi, paesani tirolesi, signori e dame bavaresi, valletti (coro)

Prima rappresentazione: Parigi, Opéra Comique 11 febbraio 1840

  • EPOCA: 1815
  • KUOGO: I monti della Svizzera
  • TRAMA:

ATTO I

Il primo atto si apre in Tirolo (in Svizzera nella versione italiana dell’opera). La marchesa di Berckenfield, in viaggio, osserva in un paese di montagna da lontano giungere i nemici francesi. Al villaggio giunge il sergente Sulpice del 21º reggimento francese, con la vivandiera Marie, allevata dai soldati francesi, diventata una vera soldatessa. Marie rivela a Sulpice di essere innamorata di Tonio, un tirolese, i soldati francesi portano con sé proprio Tonio prigioniero. Viene liberato da Marie che afferma che il ragazzo le ha salvato la vita. Intanto la marchesa, accompagnata dal fido Hortensius, si avvicina a Sulpice per chiedergli di poter tornare al suo castello. Sulpice, improvvisamente, riconosce la donna come moglie del defunto capitano Robert, padre di Marie. Tonio, nel frattempo si è arruolato nell’esercito per poter avvicinare Marie (Ah, mes amis, quel jour de fete!/ Ah, cari amici, che giorno lieto). Marie, però deve seguire la madre marchesa.

ATTO II

Nel secondo atto, nel castello della marchesa, Marie è destinata, suo malgrado, in moglie al figlio della duchessa di Krakenthorp. Tuttavia Marie ha malinconia del reggimento. Invece di cantare arie sentimentali accompagnata dal clavicembalo continua a cantare inni militari. Marie si ribella e si unisce di nuovo a Sulpice, ferito e ospitato nel castello, e rievoca i bei momenti in cui era al reggimento e quando ha conosciuto Tonio, che sente cantare da fuori del castello. I due si riuniscono e la marchesa, pur avendo promesso in sposa la figlia ad un altro, acconsente a farle sposare Tonio, pur di vederla felice.

  • PERSONAGGI PRINCIPALI
  • Marie (soprano)

Marie è la giovane vivandiera del reggimento. Fu allevata dai soldati dal momento in cui il padre (il capitano Robert) morì (da qui il titolo La Figlia del Reggimento). Marie è intraprendente e coraggiosa, tanto che nel secondo atto si ribella alla madre, che aveva combinato il suo matrimonio, sposandosi con Tonio.

  • Tonio (tenore)

Tonio è un giovane paesano tirolese (innamorato di Marie) che compare nel primo atto quando i soldati del reggimento lo fanno prigioniero. Liberato, si arruola, e per la felicità canta forse la più famosa aria dell’opera, ossia Ah, mes amis, quel jour de fete (in italiano Ah, cari amici, che giorno lieto). Nel secondo atto compare nella residenza de La marchesa di Berckenfield ormai divenuto generale.

  • Sulpice (basso buffo)

Sulpice è il sergente a capo del reggimento. Padre adottivo di Marie, non vede subito di buon occhio Tonio, ma alla fine si ricrederà.

  • La Marchesa di Berckenfield (mezzosoprano)

La Marchesa di Berckenfield è la madre naturale di Marie, nonché vedova del capitano Robert. Gentildonna di classe nobile, è fanatica per la musica è tenta (invano) di trasmettere questa passione alla figlia durante il breve soggiorno nella sua residenza.

  • Hortensius (basso)

Hortensius è l’intendente della Marchesa di berckenfield.

  • ASCOLTI:

Ah mes amis, Juan Diego Florez

Il faut partir, Mariella Devia

Lezione di canto, Mariella Devia

 

 

La lettera anonima

GAETANO DONIZETTI:

La lettera anonima, farsa in un atto su libretto di Giulio Genoino, dal dramma Mélite, ou Les fausses lettres di Pierre Corneille.

  • PERSONAGGI:

La contessina Rosina, destinata sposa di Filinto (soprano)
Filinto, capitano di marina (tenore)
Melita, vedova e segreta amante dello stesso (mezzosoprano)
Lauretta, cameriera della contessina (soprano)
Il conte Don Macario, zio di Rosina (baritono)
Giliberto, maestro di casa del conte (basso)
Mr. Flageolet, maestro di basso (basso buffo)
Coro di servi e camerieri.

Un suonatore di violino che non parla.

Prima rappresentazione: Napoli, Teatro del Fondo 29 giugno 1822.

  • LUOGO: Napoli, nella casa del conte.
  • TRAMA:

A Napoli, nella casa del conte Don Macario, la vedova Melita si è innamorata del capitano di marina Filinto e vuole impedire le nozze di costui con la bella Rosina, nipote di Don Macario. Scrive perciò una lettera anonima e fa credere alla ragazza che Filinto sia già sposato. La serva Lauretta è accusata falsamente d’essere l’autrice della lettera, ma Melita si pente e confessa la colpa. Rosina e Filinto si sposeranno.

  • APPROFONDIMENTO:

Donizetti era giunto a Napoli nella seconda metà del febbraio 1822, accompagnato da una commendatizia del suo maestro Simone Mayr. A quel tempo nella città partenopea dominavano Rossini e l’impresario Domenico Barbaja, soprannominato ‘viceré’ della capitale borbonica e allora direttore del Teatro San Carlo. Al pubblico napoletano l’operista bergamasco si era da poco presentato con La zingara (12 maggio, Teatro Nuovo) riscuotendo incoraggianti apprezzamenti. Sei settimane dopo esordiva al Teatro del Fondo con La lettera anonima , atto unico con dialoghi parlati, vivacizzati dal napoletano del conte Don Macario. Autore del testo era Giulio Genoino, ex monaco e censore ufficiale, insieme al marchese Puoti e a Francesco Ruffa.

La vicenda si apre col dialogo tra Giliberto e il conte, che annuncia il ‘giorno di sponsali’: brevi interventi corali, spontanei nella forbita naturalezza di fattura, contribuiscono a un clima di allegra letizia; si distinguono l’ascendenza neoclassica del periodare e il gusto per l’equilibrio delle frasi, tipico del maestro Mayr, vitalizzato dall’attenzione affettiva per i personaggi. Il duetto tra i due giovani (“Allora Imene di pura gioia le sue catene ci spargerà”) si avvale di una tenera arguzia ornamentale: un motivo al clarinetto per Filinto è imitato dal flauto per Rosina e verrà ripreso nella festosa scena finale, che suona così come il recupero dell’idillo iniziale. Allo stesso modo ritorna il motivo canzonatorio del conte verso l’astuta Melita (“Oh, che bella carità”, scena ultima). Poiché il lieto fine è scontato, Donizetti fa prevalere l’eleganza sull’intreccio, e la relativa sapidità delle vicende si realizza con espressioni musicali accuratamente rifinite. Anche il quartetto “Agitata, oppressa io sono” si distingue per amabilità di linee melodiche e scorrevolezza; una grazia settecentesca, memore di Paisiello e Cimarosa, si rintraccia nei recitativi accompagnati, con brevi incisi discreti e delicati. Secondo il ‘Giornale del Regno delle due Sicilie’ (1º luglio 1822) «si era compiuto un bel passo verso quella Scuola di musica drammatica che rese chiaro il nome napoletano in tutti i teatri d’Europa. (…) Donizetti dimostra di saper padroneggiare a meraviglia tutti gli stilemi dell’opera giocosa napoletana, ormai, dopo i fasti di Cimarosa e di Rossini, caduta in basso stato artistico per colpa di una numerosa schiera di mediocri imitatori». È un Donizetti prudente, che si muove nel filone di successo della farsa, ma con finezze di scrittura già ben riconoscibili. (Dizionario dell’Opera)

  • ASCOLTI:

Duetto Rosina e Filinto “Questo giorno” Benedetta Pecchioli e Pietro Bottazzo

Opera completa, Rolando Panerai, Benedetta Pecchioli, Pietro Bottazzo…

Pigmalione

GAETANO DONIZETTI:

Il Pigmalione è una scena lirica in un atto su libretto di Simeone Antonio Sografi, tratta da Metamorfosi di Ovidio.

  • PERSONAGGI:

Pigmalione, re di Creta (tenore)

Galatea (soprano)

Prima rappresentazione: Bergamo, Teatro Donizetti 13 ottobre 1960.

  • LUOGO: Antica Grecia
  • TRAMA:

Pigmalione, re di Creta, disgustato dalle donne, ha rinunciato all’amore e si è dedicato alla scultura per poter creare un ideale di bellezza femminile inesistente in natura. Finisce però per innamorarsi della sua stessa creazione, e convince Afrodite a darle vita. Nasce così la sua sposa Galatea.

  • APPROFONDIMENTO:

Si tratta della prima opera del giovane Donizetti, allora diciannovenne studente di composizione a Bologna presso padre Stanislao Mattei. La partitura autografa reca come date estreme di inizio e fine del lavoro 15 settembre e 1 ottobre 1816: è possibile quindi che l’occasione sia stata la visita in settembre del primo maestro del giovane, Johann Simon Mayr.

Il libretto contiene scarsi spunti drammatici e l’intera vicenda è incentrata sulla figura del tenore, l’intervento del soprano si limita alla sola parte finale.

Il soggetto, tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, era già stato utilizzato da Jean Jacques Rousseau e rappresentato a Lione nel 1770. Donizetti si servì della versione del Sografi, scritta per l’opera di Giovanni Battista Cimador (1790) e per un lavoro di Bonifacio Asioli (1796), che figuravano, insieme al testo di Rousseau, tra i libri del Liceo bolognese. La prima rappresentazione del Pigmalione è postuma e avvenne a Bergamo, per il XVII Festival delle novità del Teatro Donizetti, il 13 ottobre 1960. Nel cast, diretto da Armando Gatto, c’erano Dario Antonioli – tenore – che interpretava Pigmalione e Oriana Santunione – soprano – nel ruolo di Galatea.

  • ASCOLTO:

Rendete la pace, Doro Antonioli

 

Les Martyrs

GAETANO DONIZETTI:

Les Martyrs, Grand-opéra in quattro atti su libretto di Eugène Scribe, da Poliuto di Salvatore Cammarano.

  • PERSONAGGI:

Sévère, proconsole inviato dall’imperatore (baritono)

Félix, governatore dell’Armenia a nome dell’imperatore (basso)

Pauline, sua figlia (soprano)

Polyeucte, suo genero (tenore)

Néarque, cristiano, amico di Polyeucte (tenore)

Callisthènes, gran Sacerdote di Giove (basso)

Un cristiano (tenore)

Prima rappresentazione: Parigi, Teatro dell’ Opéra, 10 aprile 1840.

  • LUOGO: Armenia
  • EPOCA: 259 d.C
  • TRAMA:

Le modifiche apportate da Scribe al libretto di Cammarano sono sostanziali: egli ampliò infatti il dramma da tre a quattro atti, modificando la fine del primo atto e l’inizio del secondo, ma soprattutto eliminò il motivo della gelosia di Poliuto riportando il conflitto religioso a fulcro essenziale del dramma e attribuendo così a Martyrs un connotato maggiormente spiritualizzato rispetto a Poliuto . Da parte di Donizetti i cambiamenti non furono meno importanti: innanzitutto sostituì al preludio di Poliuto una ampia ouverture in mi maggiore, aperta da un solenne passo di ventisei battute per quattro fagotti, poi cambiò nel primo atto la sortita di Pauline, che nella nuova versione viene a pregare sulla tomba della madre, cui segue un coro femminile nuovo (“Jeune souveraine”), collegato all’ampio preludio che accompagna l’entrata di Pauline da un assolo di clarinetto. L’aria di Pauline “Qu’ici ta main glacée”, dal punto di vista del contenuto musicale, è identica alla corrispondente “Di quai soavi lagrime”. Del tutto diversa è invece la conclusione dell’atto, siglata da un elaboratissimo terzetto (“Objet de ma constance”); questo terzetto fu recuperato nella traduzione italiana di Les Martyrs e inserito nella partitura di Poliuto fra il cantabile e la cabaletta dell’aria di entrata di Paolina nel primo atto, disposizione che non corrisponde affatto al modo in cui Donizetti rielaborò questa sezione in Les Martyrs .

Nel secondo atto, l’inizio della prima scena è costituito da materiale nuovo, con l’aria per Félix, “Dieux des Romains”. Ampie modifiche contempla anche la seconda scena, dove la partitura di Les Martyrs prevede un balletto articolato in un divertissement in tre parti. Il terzo atto collima essenzialmente con il secondo di Poliuto, tranne che per la presenza di due nuove arie per tenore in sostituzione di “Fu macchiato l’onor mio” e “Sfolgorò raggio divino”. La prima aria “Mon seul trésor” è un cantabile dalla morbida melodia, mentre la risoluzione di Polyeucte di recarsi da Néarque è espressa nella vigorosa cabaletta “Oui, j’irai dans leurs temples”. Da notare che nella frase “Dieu m’inspire” l’effetto di trascendenza è tradotto da uno straordinario sovracuto: un fa sopra il do acuto, la cui esecuzione è lasciata da Donizetti alla facoltà dell’interprete. Completamente cambiata è la scena iniziale del quarto atto, dove in luogo dell’aria con coro di Callistene v’è un terzetto per Félix, Sévère e Pauline; e il coro iniziale del finale, di lunghezza doppia rispetto all’originale. (Dizionario dell’Opera)

  • APPROFONDIMENTO:

«Darò alla Grand’Opera Francese il mio Poliuto proibito a Napoli per essere troppo sacro, allargato in quattro atti invece di tre com’era, e tradotti ed aggiustati pel Teatro Francese da Scribe. Da ciò ne avvenne che ho dovuto rifare tutti i recitativi di nuovo, far un nuovo finale primo atto, aggiunger arie, terzetti e ballabili come qui si usa, acciò non si lagni il pubblico che la tessitura è italiana, che in questo non ha torto. La musica, e la poesia teatrale francese hanno un cachet tutto proprio al quale ogni compositore deve uniformarsi». Così Donizetti, in una lettera al suo vecchio maestro Simone Mayr (Parigi, 8 aprile 1839), descriveva i cambiamenti che Poliuto dovette subire per approdare sulle scene francesi. Dopo che la rappresentazione del dramma di Cammarano tratto dal Polyeucte di Corneille fu vietata nel 1838 a Napoli, Donizetti pensò a un suo adattamento per l’Opéra di Parigi accordandosi con Eugène Scribe per la rielaborazione del libretto in francese, che andava comunque adattato a una partitura in gran parte già scritta. Quanto alla sostanza musicale, l’analisi dell’autografo conservato a Milano (Archivio Storico Ricordi) mostra come Donizetti dovette provvedere a riscrivere interamente in una nuova partitura le parti vocali, nonché la parte del basso e alcuni interventi dei fiati per le parti di Martyrs adattate da Poliuto , lasciando ai copisti la stesura delle parti rimanenti; le sezioni nuovamente composte – sia le parti vocali sia l’orchestrazione – furono stese interamente da Donizetti.

Gli interpreti cui fu destinata la partitura di Les Martyrs e le modifiche richieste dalle convenzioni teatrali francesi provocarono un mutamento sostanziale anche nell’individuazione dei vari ruoli. La parte di Polyeucte, originariamente scritta per Nourrit, la cui estensione non andava oltre il la, è resa in Les Martyrs molto più acuta essendo stata scritta per Duprez, famoso per il do di petto, ma la cui tessitura poteva spingersi fino al fa diesis tramite l’uso del falsetto. Anche il ruolo di Pauline è più arduo, specie per l’aggiunta del terzetto dell’atto quarto. Radicalmente modificata la parte di Félix, che passa da tenore comprimario a basso profondo principale, con una parte notevolmente ampliata.

  • ASCOLTI:

Qu’ici ta main glasée, aria di Pauline, Leyla Gencer

Sévère existe , cabaletta di Pauline, Leyla Gencer

Don Sebastiano, re di Portogallo

GAETANO DONIZETTI:

Dom Sébastien, Roi de Portugal, Grand-opéra in cinque atti libretto (libretto in italiano) di Eugène Scribe, dal dramma di Paul-Henri Foucher.

  • PERSONAGGI:

Zayda, figlia di Ben-Selim(mezzosoprano)

Dom Sébastien, re di Portogallo (tenore)

Don Juam de Sylva, presidente del tribunale supremo, consigliere privato di sua maestà (basso profondo)

Abayaldos, capo delle tribù arabe, promesso sposo di Zayda (baritono)

Dom Louis, ambasciatore di Spagna (tenore)

Camoëns, soldato e poeta (tenore)

Ddom Selim, governatore di Fez (basso)

Dom Antonio, zio di Dom Sébastien (tenore)

Don Henrique Sandoval, luogotenente di Dom Sébastien (basso)

Uomini e donne della corte, soldati, marinai portoghesi, soldati e donne arabe, membri dell’Inquisizione (coro)

Prima rappresentazione: Parigi, Teatro dell’Opéra, 13 novembre 1843.

  • EPOCA: 1577
  • LUOGO: Lisbona e deserto del Marocco
  • TRAMA:

Dom Sébastien, nell’atto di partire insieme al fedele Camoëns per una crociata contro gli infedeli, concede la grazia alla musulmana Zayda, che gli giura eterna riconoscenza. Approfittando dell’assenza di Dom Sébastien e della debolezza del viceré Dom Antonio, l’inquisitore Juam de Sylva progetta di cedere il Portogallo alla Spagna di Filippo II. Intanto l’esercito portoghese è sbaragliato in Marocco dalle truppe di Abayaldos, promesso sposo di Zayda, e il re è creduto morto; in realtà la fanciulla ha avuto modo di salvargli la vita e di rivelargli il suo amore. Mentre Dom Antonio, che ha assunto la corona, riceve Abayaldos (giunto per proporre un’alleanza), Dom Sébastien, grazie all’aiuto di Zayda, rientra in patria in incognito. Durante la celebrazione dei suoi funerali, il re si fa riconoscere dal popolo, tentando di sollevarlo contro l’usurpatore; ma, accusato di impostura (poiché Abayaldos si dice convinto della sua morte), è imprigionato insieme a Zayda: ella, tentando di salvarlo, viene condannata per adulterio. L’inquisitore offre la salvezza a entrambi, in cambio dell’abdicazione in favore di Filippo II: nonostante Zayda lo scongiuri, Dom Sébastien acconsente. Intanto Camoëns ha organizzato la fuga; ma mentre i due amanti si calano con una scala di corda sulla scogliera, gli uomini dell’inquisitore li fanno precipitare in mare. Dom Antonio esulta, ma l’inquisitore gli mostra l’atto di abdicazione.

  • APPROFONDIMENTO:

Nell’autunno del 1842 Donizetti si accinse a comporre un terzo e ultimo melodramma per l’Opéra, questa volta progettato sin dall’inizio per le particolari esigenze del massimo teatro parigino. Dom Sébastien , più ampia rispetto ai due grand-opéras precedenti ( Les Martyrs e La Favorite ), richiese maggior tempo per via dei difficili rapporti con Scribe, che Donizetti trovava presuntuoso e poco disposto a piegarsi alle mutevoli esigenze imposte dal lavoro di composizione. Il 13 febbraio 1843, terminata l’orchestrazione di Maria di Rohan , il musicista cominciò a occuparsi della nuova opera. Buona parte del primo e del secondo atto erano terminate circa un mese dopo, quando Donizetti abbandonò momentaneamente la composizione per volgersi alla Caterina Cornaro per Napoli. In seguito, la composizione procedette senza ulteriori intralci; ma durante le prove il comportamento di Scribe, che apportava continui ritocchi al testo senza curarsi più di tanto della musica, fu causa di un ritardo nella definizione dell’opera, che a Donizetti parve alla fine snaturata nel suo complesso. Tuttavia il compositore nutriva la speranza che Dom Sébastien fosse riconosciuta come la sua creazione più riuscita, ma tali aspettative furono solo in parte esaudite. Ciononostante, e malgrado alcune riserve di una parte della critica, il pubblico accolse piuttosto bene la musica, soprattutto il duetto Stolz-Massol (Zayda-Abayaldos) al principio del terzo atto (“C’est qu’en tous lieux”) e il settimino nel quarto (“D’espoir et de terreur”).

Dom Sébastien è la più ricca e spettacolare tra le opere donizettiane composte per Parigi; tuttavia è più facilmente rappresentabile rispetto a opere dello stesso genere, in particolare a quelle di Meyerbeer, poiché necessita di non più di cinque ruoli principali (mezzosoprano acuto, tenore acuto spinto, due baritoni – il secondo, in pratica, un ‘tenore grave’ – e un basso profondo). Inoltre è caratterizzata da una vocalità meno virtuosistica e più espressiva, e da un impianto drammaturgico di maggiore coesione, nel quale la tensione narrativa cresce a poco a poco fino all’esito finale. L’opera mostra inoltre una particolare cura nell’orchestrazione, nel linguaggio armonico e persino nelle danze del secondo atto, che rappresentano in assoluto il contributo più riuscito di Donizetti a questo genere musicale, e che non a caso hanno goduto di vita propria. La ricostruzione della partitura autografa è problematica, poiché dopo la ‘prima’ Donizetti revisionò l’opera, inizialmente per la Francia e in seguito per il Teatro di Porta Carinzia di Vienna (con alcuni tagli, un finale diverso e una nuova cabaletta per Zayda nel secondo atto): in quell’occasione, il 6 febbraio 1845, nonostante le aggravate condizioni di salute, il musicista riuscì a dirigere personalmente. In seguito, Dom Sébastien apparve alla Scala (14 agosto 1847) quando Donizetti era ormai gravemente ammalato: si intende, tradotta, e in una versione più simile a quella viennese che a quella parigina. Dopo il 1870 l’opera fu sempre più raramente rappresentata, fino a scomparire dopo le rappresentazioni di Bergamo (1909) e Roma (1911). L’edizione più significativa dal dopoguerra è stata quella del Maggio musicale fiorentino (1955, in italiano) con la direzione di Carlo Maria Giulini; la più recente alla Carnegie Hall (23 marzo 1984, in francese), ma priva delle danze e in forma di concerto. (Dizionario dell’Opera)

  • ASCOLTI:

Deserto in terra, Alfred Piccaver

O Lisbona, alfin ti miro, Renato Bruson

Poliuto

GAETANO DONIZETTI:

Poliuto, Tragedia lirica in tre atti su libretto di Salvatore Cammarano, tratta dalla tragedia Polyeucte di Pierre Corneille.

  • PERSONAGGI:

Poliuto, nobile armeno, marito di Paolina (tenore)

Paolina, figlia del governatore (soprano)

Severo, proconsole (baritono)

Callistene, gran sacerdote di Giove (basso)

Nearco, capo dei cristiani d’Armeni (tenore)

Felice, governatore di Mitilene (tenore)

Due cristiani (tenori)

Magistrati, sacerdoti di Giove, popolo armeno, guerrieri romani (coro)

Prima rappresentazione: Napoli, Teatro San Carlo 30 novembre 1848.

  • EPOCA: anno 257 d. C
  • LUOGO:Mitilene, capitale dell’Armenia
  • TRAMA:

Atto primo . Mitilene, capitale dell’Armenia, anno 257. Dopo un breve preludio (l’ouverture tradizionalemente anteposta al preludio, fu in realtà composta da Donizetti per il rifacimento dell’opera per Parigi nel 1840), l’atto si apre con un coro maschile (“Scendiam…scendiam silenzio…”) che accompagna l’entrata dei cristiani nella loro caverna. Poliuto, magistrato e sposo di Paolina, si è convertito alla fede cristiana. Il culto è vietato e durante la notte, di nascosto dalla moglie, egli raggiunge i fratelli. Appare con Nearco, capo della comunità cristiana, in un recitativo che diventa arioso quando compare uno dei temi cardine dell’opera, allusivo alla gelosia di Poliuto nei confronti di Paolina. Prima di entrare nella caverna Poliuto prega per la pace dell’anima (“D’un alma troppo fervida”) e in seguito riceve il battesimo. Paolina, che ha seguito Poliuto nel timore che egli potesse abbracciare la religione proscritta, ode dalla caverna la voce di Poliuto e trasale per l’emozione (“Di quai soavi lagrime”). Nearco conferma le apprensioni di Paolina, esortandola a non svelare il segreto per la salvezza del suo sposo: infatti, secondo un decreto emanato dal padre di Paolina, il governatore Felice, Poliuto abbracciando la fede cristiana è ora soggetto a pena di morte. Ma un altro motivo di inquietudine turba la donna: l’imminente arrivo a Mitilene del proconsole Severo, suo passato amante, che ella crede morto in battaglia (“Perché di stolto giubilo”). La scena si sposta nella piazza principale di Mitilene, dove, introdotto da una marcia e coro, appare Severo (“Di tua beltade immagine”), il quale apprende del matrimonio di Paolina.

Atto secondo . L’atrio della casa di Felice. Per vendicarsi di Paolina, che l’aveva respinto, Callistene, gran sacerdote di Giove, organizza un incontro tra Severo e Paolina progettando di portarvi anche Poliuto, in modo che questi sorprenda la moglie con il proconsole. L’incontro tra Severo e Paolina si svolge in un appassionato duetto (“Il più lieto dei viventi”) nel corso del quale Severo dichiara il suo amore a Paolina, che se mostra turbata. Callistene conduce Poliuto a casa di Felice, in modo che egli possa ascoltare le parole conclusive dell’incontro tra Severo e sua moglie. Poliuto rimane solo e fa appena in tempo a covare la vendetta (“Fu macchiato l’onor mio”) che viene ad apprendere dell’arresto di Nearco. Il suo pensiero va interamente ai fratelli di fede, ed egli non esita a raggiungere Nearco al tempio di Giove dove, in una pagina di impressionante potenza drammatica, il capo dei cristiani viene interrogato da Callistene e Severo (“Ti può quel reo silenzio”). Alla domanda su chi sia stato battezzato la notte precedente, Nearco rifiuta di rispondere, ma Poliuto avanza dicendo di essere lui il neofita. Interviene Paolina, supplicando Felice, Callistene e Severo di risparmiare il suo sposo, ma Poliuto in un impeto di orgoglio, rovescia l’ara di Giove maledicendo il dio fallace e respingendo la moglie. Poliuto e Nearco sono trascinati via.

Atto terzo . Nel bosco sacro presso il tempio di Giove. Callistene, irato, annuncia agli altri sacerdoti che i cristiani hanno deciso di seguire l’esempio di Poliuto scegliendo il martirio (“Alimento alla fiamma si porga”). La scena successiva vede, rinchiuso in una cella, Poliuto che dorme sognando Paolina trasfigurata da una luce ultraterrena (“Bella e di sol vestita”). Poliuto si sveglia e trova la moglie davanti a sé, che lo implora di abiurare la fede cristiana per salvarsi, ma egli rifiuta; manifesta inoltre il suo sospetto di essere stato tradito, svelando il comportamento di Callistene. Paolina chiarisce l’equivoco e implora nuovamente il marito di abiurare; Poliuto, irremovibile, afferma che sua prima salvezza è quella dell’anima. Paolina, toccata da queste parole, chiede di abbracciare anch’essa il cristianesimo e di morire con Poliuto. Uniti nella decisione del martirio, affermando fieramente la loro fede cristiana, Poliuto e Paolina si avviano al supplizio.

  • APPROFONDIMENTO:

Si scomodò il re in persona, il cattolicissimo Ferdinando II di Borbone, per vietare la rappresentazione di Poliuto . Un santo storicamente esistito, che si converte e muore in scena, non era proponibile, neppure se l’intensa tematica religiosa della fonte letteraria, la tragedia Polyeucte di Corneille, veniva reinterpretata nel libretto di Salvadore Cammarano come aspetto trascendente, ultimo rifugio alle sofferenze d’amore. Il rifiuto di re Ferdinando fu così drastico, e giunse così tardivo, il 12 agosto 1838, che l’opera, sebbene già in corso di prova, fu interrotta e cancellata dalla stagione del Teatro San Carlo. Poliuto doveva essere l’ultima opera di Donizetti per il grande teatro napoletano, prima della partenza del compositore per Parigi; prima di lasciare Napoli, Donizetti doveva onorare un contratto che prevedeva la composizione di un nuovo titolo per quel teatro. La scelta dell’argomento cadde sul Polyeucte di Corneille probabilmente grazie all’intervento del tenore francese Adolphe Nourrit, uomo di grande cultura e intimo amico di Donizetti. Invitato dall’impresario Barbaja a debuttare nella nuova opera per il San Carlo, grazie alla mediazione di Donizetti stesso, Nourrit collaborò attivamente con Cammarano anche alla impostazione del libretto. Donizetti, dal canto suo, per quanto entusiasta di un soggetto così diverso dalle tematiche trattate fino ad allora nella sua collaborazione con Cammarano, dovette aver sentore dei problemi che sarebbero sorti scegliendo un soggetto simile, se portò a termine il lavoro avendo cura di concepire l’opera in vista di una sua possibile rielaborazione in grand-opéra . Con la censura borbonica, d’altra parte, Donizetti si era già scontrato ai tempi di Maria Stuarda . A causa di queste difficoltà il compositore non riuscì, nel corso della sua vita, a vedere rappresentato Poliuto nella versione in tre atti; l’opera venne infatti data postuma sulle scene del San Carlo, dopo circa otto mesi dalla sua morte. Donizetti poté invece assistere al rifacimento francese di Poliuto , ? Les Martyrs , rappresentato al Teatro dell’Opéra di Parigi nel 1840.

Partendo da una tragedia così fortemente improntata a una spiritualità elevata, Cammarano, librettista di grande esperienza, cercò di operare una mediazione tra le esigenze del melodramma romantico e la lucidità classica della tragédie chrétienne di Corneille, limitando il tema religioso a pochi episodi. Il libretto di Poliuto è in questo senso uno dei capolavori di Cammarano. Alcuni tratti come la gelosia di Poliuto, o la rappresentazione della scena del rovesciamento dell’altare di Giove, sono infatti estranei al Polyeucte di Corneille o limitati nella forma di racconto, così come non trova spazio nella fonte letteraria l’individuazione del tipico triangolo romantico tenore-soprano-baritono, che informa invece il dramma di Cammarano, dunque un intreccio amoroso a forte sfondo religioso.

Forse perché sanciva la chiusura di un periodo importante nella vita artistico-professionale di Donizetti – il lungo periodo napoletano – forse per la prevista partecipazione del grande tenore Nourrit, o ancora per la profondità del soggetto, per tutti questi fattori Poliuto appare come una delle opere più grandi e mature del Donizetti serio. Alla felicità d’ispirazione delle singole pagine si somma una compattezza drammaturgica entro la quale il dramma si dipana senza battute d’arresto nel corso dei tre atti. La maturità artistica raggiunta da Donizetti in quest’opera si misura nello straordinario finale secondo, forse la pagina più potente di tutto quanto Donizetti avesse precedentemente composto, pagina che getta un fascio di luce insospettato su quanto Verdi, di lì a pochi anni, mutuasse dall’opera del grande Bergamasco. (Dizionario dell’Opera)

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